Caso Bibbiano, ecco perché il processo è finito con 11 assoluzioni
Depositate le motivazioni della sentenza del caso sui servizi sociali: sotto accusa la teoria dei falsi ricordi e il clamore mediatico
Bibbiano L'impianto accusatorio contro il presunto sistema illecito di affidi di minori nella val d'Enza reggiana è crollato – con il dispositivo della sentenza letto in aula il 9 luglio del 2025 - a causa di «criticità», «erronee individuazioni delle fattispecie di reato» e per la «debolezza sotto il profilo scientifico e metodologico degli elaborati delle consulenti tecniche del pubblico ministero». Lo si legge nelle 1.650 pagine di motivazioni – depositate giovedì pomeriggio con circa un mese di ritardo – che spiegano perchè, dei 14 imputati coinvolti dal 2019 in una delle inchieste a più alto tasso mediatico degli ultimi anni, alla fine ne siano stati condannati solo tre.
In primo grado, dopo 146 udienze in cui si è dibattuto di 107 capi di imputazione alla presenza di 27 parti civili e tre responsabili civili – l'Ausl di Reggio, l'Asp Carlo Sartori e l'Unione dei Comuni della val d'Enza- , il procedimento si è infatti risolto con 11 assoluzioni piene e le pene inflitte a Federica Anghinolfi (due anni), Francesco Monopoli (un anno e otto mesi) e Flaviana Murru (cinque mesi). I condannati, peraltro, sono stati riconosciuti colpevoli di falso ideologico (Anghinolfi e Monopoli) e violazione del segreto (Murru), senza quindi alcun riconoscimento di pratiche abusive o manipolative nei confronti dei minori.
Uno dei passaggi più duri delle motivazioni, che di fatto smonta il presupposto tecnico-scientifico su cui poggiavano le accuse più gravi, riguarda il lavoro delle consulenti del pm, «che oltretutto si sono affidate ad una teoria, quale quella dei 'falsi ricordi', che non risulta unanimemente condivisa dalla comunità scientifica». E che pertanto, scrivono i giudici, «non può costituire la base su cui fondare un accertamento improntato al canone dell'al di là di ogni ragionevole dubbio», riporta l’agenzia Dire. Nel complesso, quindi, i giudici hanno ridotto le responsabilità «a singoli episodi amministrativi o documentali», ma escluso l'esistenza di un sistema illecito nella gestione degli affidi in provincia di Reggio Emilia, con epicentro nel Comune di Bibbiano. A questo proposito le motivazioni segnalano infine una netta scollatura tra la narrazione mediatica del processo e il suo epilogo. «E' indubbio il clamore suscitato dalle indagini e dalle vicende oggetto delle imputazioni, tale da cagionare un pregiudizio al territorio dell'Unione dei Comuni della val d'Enza e della Regione Emilia-Romagna, ledendone la reputazione, ancorata nell'immaginario collettivo proprio all'efficienza del sistema pubblico dei servizi sociali», scrive il Collegio giudicante. Secondo cui, tuttavia, "«lo sviluppo processuale della vicenda ed il confronto dibattimentale hanno disvelato l'insussistenza di moltissime delle ipotesi di reato». Al punto che, affermano sempre i giudici, il danno di immagine alle istituzioni reggiane è stato causato solo per una parte «molto limitata» dalle condanne.
.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=604e1a0)