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L’intervista

Gratteri oggi a Novellara: «Con la riforma a rischio l’indipendenza della magistratura»

Jacopo Della Porta
Gratteri oggi a Novellara: «Con la riforma a rischio l’indipendenza della magistratura»

Il procuratore di Napoli spiega le ragioni del “no” al referendum costituzionale. «Non migliora la giustizia e mina l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge»

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Reggio Emilia Oggi a Novellara arriva il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, ospite del Nomadincontro. La visita cade in un momento di forte polemica dopo le sue dichiarazioni al Corriere della Calabria sulla riforma della giustizia. «Nei miei anni a Catanzaro – ha detto il magistrato – abbiamo dato tanta fiducia alla gente; molti hanno sperato che la Calabria possa cambiare. Voteranno per il “no” le persone perbene che credono nella legalità come valore per il cambiamento. Voteranno per il “sì”, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Frasi che hanno scatenato un putiferio e che lo stesso magistrato ha voluto chiarire, ribadendo prima di tutto che stava parlando del lavoro svolto in Calabria e di chi lo aveva osteggiato. «Ho detto che, a mio parere, voteranno sì certamente le persone a cui questo sistema conviene, quindi tutti i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura, cioè ’ndrangheta, massoneria deviata e centri di potere. Non ho detto, come strumentalmente si vuole far credere, che chi vota sì appartenga alla ’ndrangheta o alla massoneria deviata». Lo abbiamo intervistato sulle ragioni del “no” al referendum costituzionale che si svolgerà il 22 e il 23 marzo.
 

Procuratore Gratteri, separare le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici, dicono i promotori del “sì”, attua il dettato costituzionale del giusto processo, che prevede accusa e difesa su un piano di parità e un giudice terzo. Perché lei è contrario alla riforma se è questo l’intento?
«Perché i promotori del “sì” considerano il pubblico ministero come un avvocato dell’accusa. Questa impostazione è errata per due ordini di ragioni. Il primo perché il pubblico ministero deve lavorare non per vincere il processo, ma per cercare la verità. Il suo unico obiettivo è fare giustizia, al pari del giudice. Il secondo perché è l’organo che conduce le indagini preliminari; questo ruolo impone terzietà e obiettività, dovere di scandagliare tutto, anche nell’interesse del sospettato; deve ragionare esattamente come un giudice».
Si dice che il pubblico ministero e il giudice giochino nella stessa squadra e che, di conseguenza, gli imputati siano in una posizione di svantaggio. Perché non è d’accordo con questa lettura?
«È un argomento privo di fondamento. Nonostante l’appartenenza alla stessa categoria, ci sono decisioni dei giudici che disattendono le richieste del pm: pensi a quante assoluzioni vengono dichiarate, a quante richieste di intercettazioni vengono respinte e a quante richieste cautelari vengono rigettate».
Il fronte del “no” ritiene che la riforma ponga le basi per una perdita di indipendenza della magistratura requirente e per un suo possibile assoggettamento all’esecutivo. I favorevoli replicano che nel testo non c’è nulla di tutto questo: l’obbligatorietà dell’azione penale resta invariata e la polizia giudiziaria continua a dipendere dal pm. Dunque, dove sta il rischio?
«Innanzitutto, non ci sono ordinamenti nei quali i pubblici ministeri separati non siano assoggettati all’esecutivo. Ma questa riforma di fatto mina l’autonomia e l’indipendenza sia con l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, sia con la previsione del sistema del sorteggio differenziato per i togati e per i laici. Mentre la quota togata viene sorteggiata tra tutti i magistrati, dunque, ricomprendendo anche magistrati di prima nomina completamente inesperti, i laici vengono estratti a sorte tra una rosa nominata dalla politica, di cui peraltro non si conosce di quanti nomi potrebbe essere composta questa rosa, potrebbero essere anche 12 per 10. Quanto alla polizia giudiziaria, è stato il ministro Tajani a dire che il passo successivo sarà l’eliminazione della dipendenza funzionale dal pubblico ministero. Non sto facendo un processo alle intenzioni. Registro quello che leggo e che sento dire».
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto che con questa riforma la giustizia sarà più efficiente. Altri esponenti della maggioranza dicono invece che la riforma non incide sull’efficienza del sistema. Lei come la vede?
«Al netto delle enormi criticità, questa non è una riforma della giustizia. I processi non si accelerano e le decisioni non saranno più giuste. Anzi, temo seriamente che ad essere minato sarà il principio fondamentale dell’uguaglianza del cittadino di fronte alla legge».
La riforma prevede due Csm separati e un’Alta Corte Disciplinare. È previsto il sorteggio per l’elezione dei componenti togati e non togati. Sarebbe un’eccezione nel panorama europeo, ma secondo il fronte del “sì” servirebbe a porre fine alla degenerazione del correntismo in magistratura.
«Guardi. Così come congegnato il sistema, si verrà a creare il correntismo dei membri laici, e quindi della politica, che ci farà rimpiangere il correntismo tradizionale».
Il correntismo, le sue distorsioni e le pressioni politiche sulle nomine dei magistrati, emerse anche dalle chat di Palamara, sono problemi reali. Lei su questo è sempre stato molto netto.
«Certo. Dissi che andava sciolto il Csm e andavano indette nuove elezioni. Ma questo sistema che viene ad essere creato è veramente pericoloso, perché le nomine dei vertici della magistratura, la progressione di carriera e le decisioni disciplinari saranno fortemente condizionate dalla politica e il timore che magistrati scomodi vengano penalizzati è molto forte. Tutto questo andrà a incidere negativamente sui cittadini che saranno gli unici a subire questo nuovo sistema. Ma poi come ho già detto in molte occasioni, visto che il quesito è unico, è più importante mantenere questa Costituzione che è una delle migliori al mondo».
La campagna referendaria le sembra centrata sul merito delle questioni, che sono molto tecniche, oppure prevalentemente orientata dalle appartenenze politiche?
«Vedo da parte del comitato del “sì” slogan che nulla hanno a che fare con il merito della riforma; l’ultimo dei quali, enfatizza la mancata applicazione della custodia in carcere per i tre fermati di Torino, che a ben vedere, dimostra l’esatto contrario: il pm aveva chiesto il carcere; il Gip, nonostante appartenga alla stessa categoria, ha deciso diversamente...».
Vicende giudiziarie molto note, come Garlasco o il caso della “casa nel bosco”, possono influenzare l’opinione del cittadino comune? Spesso vengono portate come esempi di presunta malagiustizia.
«Questi casi portati all’attenzione dei fautori del “sì” sono emblematici. Che cosa c’entra con le carriere unificate il caso di un affidamento di minori a una comunità, su indicazione dei servizi sociali? E anche il caso Garlasco ha poco a che vedere con le ragioni del “sì”, dimostrando, al netto del merito della vicenda su cui non mi esprimo, che si possono rimettere in discussione scelte fatte da altri magistrati».
C’è un ritornello che dal potere politico giunge ai cittadini: i magistrati liberano i criminali che le forze dell’ordine arrestano. Avrà un peso anche questo nella consultazione referendaria secondo lei?
«È bene ricordare un aspetto. Molti fautori del “sì” che sostengono questo ritornello sono gli stessi che hanno votato riforme quale quella dell’interrogatorio preventivo che rende difficoltoso l’iter di applicazione della misura cautelare; sono gli stessi che in passato hanno votato leggi per rendere più difficile ottenere la misura cautelare e che adesso vorrebbero ancor di più restringere gli ambiti operativi della misura cautelare. Si mettessero d’accordo con se stessi».
In conclusione, in poche parole: perché un cittadino dovrebbe votare “no” secondo il procuratore Gratteri?

«Io prima di tutto dico bisogna andare, è importantissimo mai come in questo caso, se si è indecisi bisogna chiedere ed informarsi, non rinunciare al diritto di voto. Quanto alla necessità di votare “no”, dico e ripeto che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura è un valore fondamentale di un ordinamento democratico basato sul principio della separazione dei poteri, valore che tutela un principio cardine: l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge».  © RIPRODUZIONE RISERVATA