Gazzetta di Reggio

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2 agosto 1980

«Bellini? Papà aveva capito e fu punito. Ora il suo lavoro è rivalutato»

Miriam Figliuolo
«Bellini? Papà aveva capito e fu punito. Ora il suo lavoro è rivalutato»

Matteo Balugani, figlio dell’ispettore che intuì per primo il ruolo della Primula Nera. Lui e la sorella intervistati in un podcast in uscita sulla strage alla stazione di Bologna

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Reggio Emilia La strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna stravolse per sempre la vita delle 85 vittime e 200 feriti e dei loro famigliari. Su quel piazzale devastato, tra morti e macerie, prese una piega inaspettata e drammatica anche l’esistenza di chi, come il maresciallo della polizia Rolando Balugani, allora a capo della Squadra Mobile della Questura di Reggio Emilia, fu chiamato a fare il proprio lavoro e condurre indagini, sospettando per primo il coinvolgimento della Primula Nera, Paolo Bellini, solo di recente condannato per la strage, in via definitiva, all’ergastolo.


Il maresciallo Balugani morì il 13 aprile 2017 a 73 anni, prima che le indagini sulle responsabilità di Bellini, per anni insabbiate, venissero riaperte, nel 2019, dopo l’iniziale proscioglimento. Ora il suo lavoro, rivalutato nel corso delle ultime fasi processuali, è tornato al centro dell’attenzione anche di un podcast, che sarà visualizzabile online a partire dal 9 marzo, “Lampi-2 agosto 1980”di Sara Poledrelli.


Tra le testimonianze inedite che vi compaiono ci sono quelle dei figli di Balugani, Matteo e Simona. Matteo è un volto noto del volontariato essendo da ormai più di vent’anni alla guida della Pubblica assistenza e soccorso di Castelnovo Sotto e Cadelbosco Sopra. In questa occasione mette a nudo il dramma personale del papà, che fu anche della sua famiglia.

«In questo audioracconto io e mia sorella riportiamo il nostro vissuto – esordisce –, con il papà che, a suo tempo, ci raccontava continuamente questa vicenda. Nel 1980 io avevo un anno, mia sorella quattro. Questa vicenda lo ha segnato profondamente».

Balugani diede una caccia serrata a Bellini, anche durante la latitanza brasiliana con il falso nome di Roberto Da Silva. Ma nonostante le sue intuizioni, le indagini nei confronti dell’ex Avanguardia Nazionale si chiusero nel 1992 con un proscioglimento.

«Nel crescere, sia lui che, anche, nostra madre ci hanno spiegato quanto era successo, ovvero che papà aveva partecipato alle indagini ed era stato uno dei primi a collegare la figura di Paolo Bellini alla strage di Bologna, la sua presenza in stazione, questo attraverso l’accertamento su un affittacamere. Lì lui concentrò le sue indagini. Ma non fu favorito, anzi, fu osteggiato».

Partirono fin da subito i primi depistaggi contro la verità, che alla fine furono almeno 17. A dirlo la motivazione della sentenza con cui la Cassazione ha confermato l’ergastolo per Bellini e le condanne agli altri due imputati: l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel (sei anni per depistaggio) e Domenico Catracchia, ex amministratore di via Gradoli (quattro anni per false informazioni al pm).

«Durante le indagini in qualche modo papà capì che c’erano su Bellini protezioni importanti, da parte dei servizi segreti, anche da parte di un magistrato – prosegue il figlio –. Alla fine tutto questo purtroppo si tramutò invece in un’indagine nei confronti di nostro padre».

Il maresciallo pagò caro il suo lavoro: «Fu trasferito (alla Polizia postale di Modena, di cui poi fu a capo per quasi 11 anni, ndr) e, ancora peggio, fu arrestato. Venne poi prosciolto. Ma, in ogni caso, subì questa umiliazione importante. E lui corse dei rischi importanti».

«Mio padre aveva capito subito che Bellini, all’inizio balzato alle cronache per un omicidio, non era un delinquente “comune”, ma una figura di rilievo, che aveva appoggi importanti. Era riuscito a far perdere le sue tracce, persino con lo smarrimento, per usare un eufemismo, delle sue impronte digitali al distretto militare. Questo per fare capire quanto fosse una persona con degli appoggi importanti», spiega ancora Matteo Balugani. «In tutto questo mio padre ebbe sempre il rimpianto che, se lo avessero ascoltato, magari gli omicidi che ci furono a seguire, che poi furono tutti ricollegati, magari si potevano evitare».

Ci furono inevitabili ripercussioni anche sulla famiglia del poliziotto: Bellini stesso durante le fasi del processo non nascose l’astio nei confronti del suo mastino. «Non nascondo che, essendo Bellini una figura così pericolosa, così spietata, papà aveva temuto anche per noi, che potesse farla pagare alla nostra famiglia. Aveva paura per noi figli e anche per mia madre, delle volte, quando andavamo in giro», racconta ora Balugani.

Ma il tempo e le sentenze giudiziarie, anche se dopo tanti anni e dopo la sua morte, gli hanno dato ragione, segnandone finalmente il riscatto. «Dopo tanti anni, arrivare a definire la colpevolezza di Bellini, è stato per noi un modo per riconoscere il valore delle indagini condotte da papà – dice Matteo –. Un po’ tardi, ma ci siamo arrivati. E quando vediamo delle inchieste come questa condotta da Poledrelli, che in qualche modo mettono in risalto il sacrificio e il lavoro fatto da nostro padre, almeno questo ci fa pensare che in qualche modo venga finalmente ripagato. Vogliamo ringraziare Sara che ci ha coinvolto nel ricordare la figura di nostro padre nel suo lavoro di investigatore, che a suo tempo fu ostacolato nelle sue indagini e posto sotto inchiesta». l

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