Gazzetta di Reggio

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L’intervista

Attacco all’Iran, tra i 200 studenti bloccati a Dubai c’è una 21enne di Reggio Emilia: «Abbiamo visto i detriti dei droni diretti all’aeroporto: cerchiamo di farci forza a vicenda»

Elisa Pederzoli

	La studentessa reggiana Alice Cocchi, accanto le esplosioni viste in direzione del porto
La studentessa reggiana Alice Cocchi, accanto le esplosioni viste in direzione del porto

Alice Cocchi stava partecipando a un progetto Onu: «Non ci aspettavamo che gli attacchi ci sarebbero arrivati così vicini. Ora speriamo che dal 4 marzo i voli riprendano come ci hanno detto»

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Reggio Emilia Nel gruppo di oltre 200 studenti italiani bloccati a Dubai dopo l’attacco in Iran e la pioggia di droni sul Golfo, c’è anche la reggiana Alice Cocchi, 21enne studentessa dell’Università di Parma al secondo anno di Scienze politiche e relazioni internazionali. Da quando le compagnie aeree hanno interrotto i collegamenti con il Medio Oriente è confinata con i giovani colleghi in un hotel, a pochi chilometri dall’aeroporto.

Quando siete arrivati a Dubai?
«Siamo partiti da Milan Malpensa sabato 21 febbraio 200 ragazzi, italiani e non solo. L’idea del progetto era una simulazione delle Nazioni Unite, in cui abbiamo partecipato come delegati. La simulazione è finita sabato pomeriggio, avremmo dovuto partire stanotte, ma tutti i voli sono stati bloccati dopo gli attacchi».
Come è la situazione?

«La situazione è abbastanza tranquilla ora. Noi stiamo cercando di stare molto uniti. Cerchiamo di stare pronti con telefoni carichi e zaini pronti».
Dove vi trovate?
«Siamo in un hotel a 2 chilometri e mezzo dall’aeroporto. Leggermente spostati dal down town, abbastanza lontani dal grattacielo  Burj Khalifa  che è stato completamente evacuato. Stanotte però c’è stato qualche momento di terrore e paura, perché abbiamo visto i detriti dei droni diretti all’aeroporto, sono scattati diversi allarmi. Meno male che siamo in tanti, e noi più grandi cerchiamo di rassicurare i più piccoli e di tenere i contatti con i genitori. Ci sentiamo in dovere di aiutarli, anche se anche noi non è che abbiamo mai vissuto una situazione del genere… Ci facciamo forza a vicenda».

Cosa è successo sabato?
«Tutto è cominciato al mattino, alla notizia degli attacchi. Noi avremmo dovuto fare le ultime commissioni, le ultime simulazioni del progetto, e abbiamo iniziato a interrogarci sul nostro viaggio di ritorno, se ci avrebbero fatto spostare. Non pensavamo però alla chiusura completa dello spazio aereo. Ma, ancora peggio, non pensavamo che ci sarebbero arrivati così vicino questi attacchi. Noi avremmo dovuto prendere l’aereo ad Abu Dhabi sabato sera alle 22.30: fortunatamente, non ci siamo andati perché è stata colpita».
Avete contatti con la Farnesina?

«Dicono di rimanere calmi. Ogni informazione ci viene inoltrata dagli organizzatori, che sono bravissimi. Sono costantemente in contatto con i nostri genitori, che ovviamente sono molto preoccupati.  Ci viene detto di sentirci più volte al giorno con le nostre famiglie, per rassicurarli. Meno male che abbiamo internet, altrimenti questo scambio di informazioni non ci sarebbe: saremmo molto più abbandonati a noi stessi».
Ora siete in una fase di attesa, cosa vi hanno detto?
«Noi avremmo dovuto volare con Turkish Airlines. Ci hanno detto che i voli sono fermi fino al 4 marzo, ma è ovvio che bisogna capire se la situazione si stabilizza o se ci saranno altre escalation. Stanotte abbiamo avuto paura: è successo più di quello che ci aspettavamo e ora non sappiamo più cosa aspettarci. Questo ci demoralizza un po’... ma cerchiamo di tenere alto lo spirito. Ieri sera abbiamo guardato Sanremo, addirittura...».

Da dove siete, sentite le esplosioni?
«Sì, stamattina (domenica, ndr) sì. Tre tonfi che ci hanno svegliato quando avevamo  provato a chiudere un po’ gli occhi. E un collega dalla sua stanza ha visto tantissimo fumo, probabilmente qualcosa che è arrivato al porto».
Ovviamente, ora la speranza è di tornare il prima possibile.

«Sì e finchè siamo connessi è importante far sapere cosa sta succedendo. E anche noi quello che sappiamo lo impariamo dal telegiornale e dalle news. La speranza è che il 4 marzo possiamo effettivamente partire».