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L’analisi

Il caco posato sul palco dell’Ariston: Tony Pitony, eroe del FantaSanremo, suonerà a Villalunga

Evaristo Sparvieri
Il caco posato sul palco dell’Ariston: Tony Pitony, eroe del FantaSanremo, suonerà a Villalunga

Erede degli Skiantos e degli Elii, è la vera rivelazione di questo Festival: vi spieghiamo perché

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Reggio Emilia La musica è finita, gli amici se ne vanno, non resta che un Diospyros kaki Thunb. È questo il nome latino della pianta che genera ciò che volgarmente viene definito “caco”, appartenente alla famiglia delle Ebenaceae, originaria dell’Asia orientale, il cui termine “Diospyros” deriva dal greco e si traduce come “cibo degli dei” o “grano di Zeus”. Qualcosa di sacro. Ed è quello che deve aver pensato Tony Pitony — idolo della Gen Z e dei Millennials, il cantante politicamente scorretto che tutti ascoltano ma nessuno ammette di ascoltare, e tantomeno di apprezzare e che suonerà a Villalunga di Casalgrande il 18 giugno nell’ambito del Mosa Festival, — nel momento in cui ha deciso di portare un frutto, il “caco” appunto, sul palcoscenico più sacro d’Italia.

Un rebus, ma neanche tanto. Soluzione? Caco sul palco del Festival di Sanremo. Sdoganato in Eurovisione. Mondiale. Denuncia e provocazione. Alto e basso. Ironia e serietà, che in questo mondo di cachi serve tutto. Morale e immorale. È lui la vera sorpresa del Festival di Sanremo. Ed è lui uno dei veri beniamini del FantaSanremo quando, insieme a Ditonellapiaga, ha sovvertito ogni pronostico e si è portato a casa il premio della serata delle cover con l’impeccabile esibizione di “The Lady Is a Tramp”. Nessuna parolaccia, nessun doppio senso, nessuna volgarità. Mascherato come sempre da Elvis di gomma — all’anagrafe Ettore Ballarino, psuedonimo che sembra già di per sé un’opera d’arte concettuale — al termine dell’esibizione Tony Pitony ha posato un “caco” sul palco, semplicemente annunciando «caco» e mostrandolo al pubblico. Carlo Conti ha glissato con un elegante «sì, ma anche i fiori», porgendogli il classico mazzo della città ligure. «Fiori e frutta», ha risposto Pitony, con la flemma di chi sa esattamente quello che sta facendo.

Tony lo aveva promesso. Nella sua canzone “Tony’s Vocal”, brano dal testo provocatorio, annunciava senza troppi giri di parole: “Se vado a Sa** giuro che ca* sul palco”. Detto, fatto, ma con garbo e intelligenza. Prima dell’esibizione, in un video ironico pubblicato dalla pagina del FantaSanremo — di cui Pitony ha scritto anche la sigla, dettaglio non trascurabile — era sconvolto dal dilemma amletico: «Caco o non caco?». To be or not to be... La risposta sul palco. Dissacrante. D’altronde, da tempo c’è chi accosta Tony Pitony — segato a suo tempo da X Factor con estrema velocità — alla migliore tradizione del rock demenziale: dagli Skiantos agli Squallor, passando per i primissimi Elio e le Storie Tese, che peraltro nel 1996 a Sanremo cantarono “La terra dei cachi”. Livelli altissimi e, 30 anni dopo, un cerchio si chiude. Merda d’artista, per dirla con Manzoni — non Alessandro, l’altro, quello che nel 1961 inscatolò novanta grammi delle proprie feci e le vendette a peso d’oro, stabilendo un precedente che il mercato dell’arte contemporanea non ha mai del tutto digerito, e nemmeno smaltito. E che dire di Duchamp, che mise un orinatoio in un museo e cambiò tutto? Ok, è vero: qui c’è solo Tony Pitony, che ha messo un “caco” sul palco di Sanremo. Ma, dettaglio non trascurabile, ai tempi di Duchamp e Manzoni non c’era la rete. Che adesso tutto cambia. Meme, caroselli, reel, analisi serissime, thread su thread su thread. Algoritmi e viralità. Il mito di Tony Pitony — o Pitoni, come lo chiamano quelli che confondono i cognomi con i serpenti — è stato alimentato con quella cura artigianale che il popolo dell’ internet riserva solo agli eletti. Impazza. C’è chi, in questo carnevale digitale, ha avuto un’idea: un reel provocatorio e sarcastico (neanche tanto) che trasforma il meme del “caco” in un’operazione di branding, fino a immaginare un “negozio di cacate” — non nell’accezione spregiativa, ma in quella botanica. Genius. Vai di AI: il risultato è una campagna pronta al lancio, capace di convertire la viralità in business con un’efficienza che molte agenzie creative farebbero bene a studiare. Concept store. Ci sono poi analisi serissime di vocal coach che mettono sotto la lente l’esibizione di Pitony, paragonandola a quelle di Broadway. E il mercato? Il valore del suo LP si è moltiplicato in pochi giorni: disco in passato super rifiutato ma diventato introvabile nel giro di un weekend, cercato da gente che fino a giovedì non sapeva nemmeno che esistesse. Se l’arte imita la vita, la vita oggi imita un meme. E il meme, come sempre, fattura. Tutto per un “caco” sul palco del Festival. Non una polemica politica, non uno scandalo. Un caco. In questo mondo di cac... hi.