Lavoro femminile: cala la disoccupazione ma cresce l'inattività. Il report Cgil sul gender gap
E’ stata scattata una fotografia impietosa del mercato del lavoro nel Nord-Est: sebbene la disoccupazione femminile cali al 3,8%, il dato nasconde l’aumento dell’inattività al 35,1%.
Reggio Emilia Dal 2023 al 2024 cala la disoccupazione femminile (dal 6,8% al 3,8%), ma al contempo aumenta l’inattività (dal 32,4% al 35,1%), vale a dire le giovani donne in età lavorativa che non hanno un lavoro né lo cercano. Il che è pure peggio. «Non è una contraddizione, bensì l’effetto scoraggiamento sulle nuove generazioni: significa che chi cercava un impiego non lo cerca più», dichiara Florencia Sember, del Coordinamento attività scientifica ed economica della Cgil Reggio Emilia, curatrice del report "Divario di genere nel mercato del lavoro".
A ridosso dell’8 marzo (festa della donna) si tratta di una fotografia aggiornata del gender gap - annosa questione mai risolta - e, in generale, dello stato di salute sociale e lavorativa "in rosa". «L’obiettivo è diffondere la consapevolezza e prendere atto di una serie di problemi femminili che sono lontani da una soluzione», spiega il segretario provinciale Cgil Cristian Sesena. Con l’avvertenza, aggiunge Sember, che «abbiamo elaborato statistiche dell’area Nord-Est» poiché nel 2026 «non esistono dati provinciali né un osservatorio specifico», con buona pace della presunta emancipazione. L’analisi è divisa in tre parti: accesso al mondo del lavoro, condizioni lavorative, entrate e uscite per capire le dinamiche del gender gap. Sull’accesso al mondo del lavoro se per le giovani dai 15 ai 24 anni il quadro è in chiaroscuro («per la prima volta negli ultimi anni diminuisce il tasso di disoccupazione delle ragazze, ma è presto per dire se si va verso un effettivo miglioramento»), in età adulta nulla di nuovo sotto il sole: le donne inattive per motivi familiari sono il 22%, che salgono al 34% se ci sono i figli, contro l’1% degli uomini. Il lavoro di cura non retribuito vale, a livello nazionale, qualcosa come 473,5 miliardi e il 71% è generato dalle donne.
Queste ultime sono sottoposte alla cosiddetta segregazione settoriale, cioè sono relegate a determinati settori: il 26,6% nell’attività manifatturiera (dove, pur essendo importanti le quota rosa, i maschi pesano per il 47,6%), agenzie di viaggio e servizi alle imprese (13,8%), alloggio e ristorazione (10%), sanità e assistenza sociale (7,5%), istruzione (7,3%) e in generale servizi (20%). Il minimo comun denominatore trasversale e immutabile è che, se sei donna, sarai pagata di meno: la retribuzione media annua femminile è pari a 21.689 euro, quella maschile 32.343 euro. Una differenza, in difetto, di diecimila euro.
Il gender pay gap registra variabili che non spostano il quadro generale: il divario retributivo si fa sentire di più per operaie (-25%) e impiegate (41%), si fa sentire meno nel settore pubblico (-6,8%), diventa una voragine per le dirigenti (-70%), che comunque sono pochissime. Prevedibile il capitolo part-time: ne usufruisce il 28,7% delle donne contro il 6,6% degli uomini. Con una differenza che è lievemente cambiata in peggio (eravamo al 73% nel 2018, nel 2024 pari al 74,6%).Sulle attivazioni e cessazioni da lavoro dipendente il 72,2% dei lavoratori che hanno cambiato nel 2024 sono state donne, un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti.
Difficile però dare una chiave di lettura in positivo o negativo. «La quantità pare favorevole all’altra metà del cielo, ma la qualità è sfavorevole perché nel cambio aumenta il tempo parziale e quello a tempo determinato, quindi precario, mentre diminuiscono i contratti a tempo indeterminato», commenta Sember. Infine una doppia discriminazione per nazionalità: passi essere donna, ma se si è cittadine extracomunitarie la possibilità di essere assunte crolla. l© RIPRODUZIONE RISERVATA
