Vasco Montecchi in 5 atti: il grande scultore si racconta
Mercoledì 18 marzo al teatro Boiardo il docufilm di Scillitani
Scandiano Ci voleva un Maestro per riuscire a raccontare un altro Maestro. Non solo la sua vita, ma la sua visione del mondo. È quello, infatti, che Alessandro Scillitani, regista, autore di documentari e storico direttore artistico del Reggio Film Festival, riesce a trasmettere del grande scultore reggiano, in “La scultura è la nostra grafia. Vasco Montecchi in 5 atti”, a cura dello storico dell’arte Marzio Dall’Acqua. La prima assoluta è in programma al teatro Boiardo, mercoledì 18 marzo, alle 21. Ci saranno lo stesso Montecchi, Scillitani e Dall’Acqua.
Presenti anche il sindaco Matteo Nasciuti e l’assessora alla cultura Lorena Lanzoni. Riusciamo a parlare con l’autore mentre si trova in Slovenia per le riprese del suo prossimo lavoro.
Meglio “film” o “docufilm”?
«La differenza è quasi filosofica. Sono due modi diversi di raccontare la realtà. In questa opera potrei dire ci sono entrambi, dal momento che con Vasco ci siamo divertiti anche a rievocare la sua infanzia facendogli vestire i panni di suo nonno, quando se ne andò da Castagneto, suo paese natale».
Cosa dobbiamo aspettarci da questa opera?
«La base è una narrazione della vita di Montecchi, a cominciare dalle partenze e dai ritorni. In 50 minuti l’artista si racconta mentre scorrono le immagini della sua vita, divisa in cinque momenti, 5 atti, appunto, che potrebbero essere fruiti anche singolarmente. Il cuore è il ritorno nel suo paese d’origine».
Come sono suddivisi gli altri atti?
«Primo atto: Castagneto, partenze e ritorni, in cui vediamo Vasco partire dalla nostra terra e le nostre radici e poi conoscere il mondo, prima come lavoratore, poi scoprendo l’arte, prima la pittura, il disegno e poi la scultura. Il piano è sia fisico che simbolico. La materia, a partire dall’argilla dei nostri calanchi, fino al marmo di Carrara, per lui è fonte d’ispirazione. Secondo atto: Marmo. Qui è molto interessante la capacità di Vasco di trovare la propria strada, dal basso, al di fuori dei circuiti accademici dominanti. Terzo atto: Mostre e simposi, restituisce la sua internazionalità, la capacità di incontrarsi con altri scultori. Quarto atto: Scuola di scultura di Canossa, tiene conto dell’esigenza di Vasco di lasciare un’eredità. Infine: Sacro. Chi lo conosce sa della visione laica di Montecchi, eppure le sue opere sacre, anche nelle nostre chiese, trasmettono ispirazione»
Attraverso due forme artistiche diverse, entrambi, lei e Montecchi, vi rivolgete al sociale.
«Sì. Mi sento a lui molto affine. Certo utilizziamo forme espressive molto diverse, ma entrambi raccontiamo, diamo voce, spesso, a chi non ne ha. Montecchi si è distinto anche per l’astratto. Io sono più dentro alla realtà, forse. Vasco plasma la materia anche costruendo forme astratte, ma con un grande radicamento nelle sue radici, nella sua terra. Sviluppa così una riflessione profonda sull’uomo, sugli eroi senza nome».
Ritroveremo tra questi 5 atti anche la pace?
«È un tema trasversale. Anche perché sia conoscendo Vasco sia attraverso l’esplorazione delle sue opere è subito chiaro che quello della pace è un tema che gli è molto caro. Il film è arricchito di ricostruzioni e di tante immagini provenienti dall’archivio video-fotografico dello stesso Montecchi che lo dimostrano. La sua opera è ricca di simboli che richiamano la pace, a partire dalle colombe, ma sono molti anche gli elementi astratti. Ne parla approfonditamente anche Dall’Acqua (autore, con Mauro Carrera, di“Vasco Montecchi. Sculture per la pace” 2009, tema di una coeva mostra nella sede della Regione Emilia Romagna, ndr). In questo momento storico, parlarne è fondamentale». l
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