Stalker di Novellara, spunta la quarta vittima: «Fui la prima a denunciarlo, ma mi dissero che era un brav'uomo»
La testimonianza della donna che nel 2018 fece condannare il 56enne: «Mi sono sentita sporca e non creduta. Tra servizi sociali, centri di salute mentale e forze dell’ordine manca collaborazione: noi vittime siamo lasciate sole»
Novellara Arriva la testimonianza della prima donna che nel 2018 aveva denunciato lo stalker 56enne di Novellara, poi condannato nel 2022 per atti persecutori. «Sono stata la prima donna a denunciarlo e farlo condannare, ma non sono stata la prima ad essere stalkerata da lui»: inizia così il racconto della prima vittima, una 49enne residente nella Bassa che lavora a Novellara. Diventano quindi quattro le donne che hanno denunciato l’uomo. Le parole della 49enne rappresentano il tassello mancante che si va ad aggiungere alle storie drammatiche già emerse nelle settimane scorse: una mamma 54enne presa di mira dal 2019 assieme alla figlia minorenne e una negoziante 30enne vittima recente delle attenzioni ossessive dell’uomo che hanno già raccontato le loro vite di terrore e libertà negata.
A febbraio la sentenza del processo intentato da madre e figlia ha condannato l’uomo per il reato di semplici molestie con la concessione della libertà, divieto di avvicinamento alle vittime e obbligo di due braccialetti elettronici, una misura che le vittime ritengono troppo blanda per la reiterazione del reato, per la pericolosità sociale del condannato e per il coinvolgimento di una minorenne. La Procura invece, che aveva chiesto il carcere di due anni e due mesi, ha già annunciato il ricorso in appello. Nel frattempo per tutelare la negoziante, in attesa del processo, qualche giorno fa è stata imposta la misura cautelare di divieto di avvicinamento e obbligo di un ulteriore braccialetto elettronico.
Spiega la 49enne prima denunciante: «Il tutto ebbe inizio in ambito lavorativo. A marzo 2018 l’uomo si presentò nel mio ufficio come cliente per disbrigare una pratica che ha reso necessario comunicargli il mio cellulare di lavoro. Fin da subito si era contraddistinto per una confidenzialità del tutto inappropriata, manifestando un interesse verso la mia persona. La sera ricevevo telefonate sul cellulare a cui non rispondevo, che arrivavano sempre dal suo numero. Nelle due settimane successive si presentò varie volte in ufficio senza motivo apparente, inoltre continuò a chiamarmi la sera, senza che io abbia mai risposto. Poi mi mandò un messaggio vocale in cui, con tono piuttosto inquietante, diceva di amarmi. A volte si presentava davanti alla vetrina del mio ufficio fissandomi, cercando il mio sguardo e costringendomi a chiudere a chiave la porta d’entrata. Tutti questi atteggiamenti furono ripresi dalle telecamere di sorveglianza. Una notte mi mandò un messaggio registrato della durata di alcuni minuti dal chiaro contenuto sessuale».
«Avevo subito presentato un esposto ai carabinieri e poi, sapendo che era una persona con problemi di natura psichiatrica, come che mi aveva confidato lui stesso, mi attivai coi servizi sociali di Novellara. Organizzarono un incontro con l’uomo che pareva, da loro riscontro, aver capito la gravità del suo comportamento. In realtà nei giorni successivi si presentò nuovamente passeggiando davanti alla vetrina per cui dovetti chiedere aiuto ad un negoziante che lo allontanò. In un’altra occasione dovevo ancora arrivare in ufficio ma ricevetti una telefonata da quel negoziante per informarmi che lo stalker era in zona, quindi quel giorno non andai a lavorare per non subire minacce. Anche i miei colleghi d’ufficio erano sempre in allerta per informarmi dei suoi movimenti. In altre occasioni, mentre passeggiava fuori dal mio negozio, l’uomo continuava a chiamare il numero fisso del mio negozio, causandomi grande paura al punto che ho allertato i carabinieri, poi intervenuti sul posto».
«Nessuno riconosceva il mio dolore e nessuno mi prendeva sul serio. Mi sono sentita sporca, esagerata, sbagliata. Mi sono chiesta se avessi fatto qualcosa per meritarmi quello che stavo vivendo. Quando andai a denunciare, mi dissero che quella persona era "un brav’uomo", mi dissero che se ce l’aveva tanto con me forse era perché avevamo avuto una relazione. È stato umiliante. Ho fatto tutto da sola». Come le altre donne, la prima a subire le persecuzioni dello stalker ha dovuto rimboccarsi le maniche anche nel dolore più profondo. Diventare investigatrice, capire di più di quella persona che l’aveva fatta precipitare in un incubo e capire come allontanarla. «È così che ho scoperto che è una persona malata. È stato un cliente che lavora al centro di salute mentale a farmelo capire. Da lì, sempre da sola, mi sono messa in contatto con i servizi sociali. Quello che manca - continua la donna - è un collegamento forte tra le parti in causa: servizi sociali, centro di salute mentale, forze dell’ordine dovrebbero collaborare e farci sentire al sicuro. E invece questo non accade, ieri come oggi».
«Una mattina mi seguì urlando ripetutamente “ci vediamo in tribunale” e in un’altra “vuoi mandarmi in prigione?”. A seguito della mia denuncia, agli atti persecutori l’uomo aggiunse rabbia e rancore. Gli atteggiamenti persecutori andarono avanti anche nel 2019 e mi indussero a cambiare abitudini sul posto di lavoro, evitando di frequentare gli esercizi commerciali adiacenti, dove l’uomo si faceva spesso trovare. Ero arrivata ad un punto di esasperazione tale per cui i miei colleghi mi dicevano se lui era presente nelle vicinanze del negozio, costringendomi in uno stato di ansia e paura per le intenzioni che manifestava. In attesa del processo fu sottoposto alla misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi da me frequentati. Nel processo nel 2022 fu condannato per il reato di atti persecutori, ma ancora oggi mi porto la paura dentro che mi devasta».