Scambiati per slogan referendario: insulti social alla band Ma noi no. «Siamo sgomenti»
Il gruppo tributo dei Nomadi annuncia un concerto a Brescello, attaccati dagli haters. Il gruppo: «Offesi come persone»
Brescello Non c’è più spazio per la sfumatura, nemmeno per la musica. L’ultimo episodio di odio social colpisce i “Ma noi no”, tribute band dei Nomadi finita nel mirino perché il suo nome è stato scambiato per uno slogan referendario. La locandina del loro prossimo concerto, in programma domani alle 21.30 al teatro Cervi di Brescello, è stata commentata con decine di insulti su Facebook. Il motivo? In molti hanno scambiato il nome della band, che trae origine dal titolo dell’omonima canzone e album dei Nomadi – l’ultimo di Augusto Daolio prima della sua scomparsa ad ottobre 1992 – con un messaggio politico per il referendum del giorno seguente. Come nel caso di Sal Da Vinci, la cui canzone vincitrice di Sanremo – “Per sempre sì” – è diventata un inno per i sostenitori della riforma della giustizia. «Siamo sgomenti», ha commentato la band – composta da Paolo Montanari, Cristian Rotondella, Dany Bazzani, Alessandro Peretto e Matteo Forcella – sui propri social, denunciando quanto accaduto. «Abbiamo dovuto cancellare una trentina di commenti – spiega alla Gazzetta Paolo Montanari, voce e frontman del gruppo – Poi alla fine abbiamo messo anche il filtro, e controlliamo costantemente che non arrivino altre offese. Perché alcune erano veramente pesanti». Tra queste, “Vi approfittate del palco per fare politica”, “Siete delle zecche” oppure “Volete imbrogliare la gente nascondendovi dietro la musica”.
«Ci hanno scritto anche: “Non è giusto che un concerto venga utilizzato come arma di propaganda”. Una cosa lontanissima dai nostri pensieri. Che i Nomadi siano in qualche modo identificati in una certa area di pensiero, è abbastanza chiaro (Gratteri è stato ospite al “Nomadincontro”, ndr). Quindi l’essere collocati in quell’area è una cosa che sicuramente non ci disturba e ci appartiene anche. Ma di certo non abbiamo mai avuto l’intenzione di fare propaganda per il referendum». «La cosa che ci ha colpito di più – continua Montanari – è stata il dover renderci conto che molto spesso oggi la gente non è più abituata a soffermarsi sui contenuti, ma è abituata a “scrollare” il telefono e a non contestualizzare. Cioè, alcune persone non si sono date neanche il tempo di capire che “Ma noi no” non è una sorta di incitamento al voto, ma il nome di una band che esiste da 23 anni...».
Per Montanari emerge anche un altro tema, «un livore generale che si respira. Una rabbia generale dove ormai la coesione sembra davvero finita. Ognuno ha una sorta di guerra personale da combattere per sfogare i propri istinti». Spesso, i cosiddetti “leoni da tastiera” si nascondono dietro lo schermo per lanciare le peggiori offese. Ma cosa accadrebbe se chi è preso di mira potesse vedere di persona un proprio hater? Montanari prova a rispondere: «Gli direi di fare un passo indietro e di darsi del tempo per fare qualche riflessione in più. Ed è quello che dirò sul palco. Non ci sentiamo offesi in quanto band, ma in quanto persone, con figli o nipoti, come nel mio caso, dato che sono già nonno (ride, ndr). Non dico no al contraddittorio, purché sia un confronto formativo». © RIPRODUZIONE RISERVATA
