Gettato nel pozzo dopo la morte, chiesti 12 anni di pena per la moglie
Per l’accusa la donna era parte attiva del piano insieme a figlia e genero
Toano «Marta Ghilardini non è stata una figura passiva, è stata partecipe e attiva. La ritengo responsabile di tutti i reati ascritti e chiedo una condanna a 12 anni». Così l’accusa, venerdì scorso in tribunale a, nel processo per la morte di Giuseppe Pedrazzini, 77 anni, trovato morto in un pozzo del giardino di casa a Cerrè Marabino.
Dopo la condanna a 12 anni e 4 mesi inflitta alla figlia Silvia Pedrazzini, 37 anni, e al genero Riccardo Guida, 44 anni, processati con rito abbreviato, davanti alla Corte d’assise in rito ordinario è rimasta la vedova, 63 anni. La donna è accusata di maltrattamenti in famiglia, sequestro di persona, soppressione di cadavere, omissione di soccorso e truffa ai danni dello Stato per la pensione che avrebbe continuato a riscuotere.
Nella requisitoria, durata quasi quattro ore, i pm Piera Giannusa e Francesco Rivabella si sono divisi i temi. Giannusa ha fatto un parallelismo con “Uno, nessuno, centomila” di Pirandello: al pari del protagonista, Marta «indossa una maschera e fa finta di essere ciò che non è», vale a dire una moglie amorevole che si è presa cura del marito malato. L’accusa ha riconosciuto che, vista la confessione, la giuria concederà le attenuanti generiche, ma ha sottolineato la piena capacità di intendere e di volere dell’imputata, a differenza di quanto dichiarato dalla consulente di parte. Il pm Rivabella si è concentrato sulla qualificazione giuridica dei fatti e sugli aspetti medico legali.
Ha poi preso la parola l’avvocato di parte civile Naima Marconi, che tutela il fratello Claudio Pedrazzini a nome di tutti i familiari. La legale ha chiesto il riconoscimento del danno parentale, sia per la sofferenza per la perdita sia per lo sconvolgimento nelle abitudini di vita, nonché il riconoscimento del danno biologico, per la sindrome post traumatica da stress insorta in Claudio nel maggio 2022 e sfociata in depressione: e ha quantificato in 100mila euro per il primo punto e 115mila euro per il secondo, oltre alla provvisionale e alla conversione del sequestro conservativo in pignoramento (in caso di condanna, gli immobili di Marta rientrerebbero nella partita).
«Claudio Pedrazzini ha avuto il coraggio di costituirsi e di essere sempre presente, rinnovando il dolore ad ogni udienza: l’ha fatto perché vuole la verità – ha concluso Marconi – La sentenza non riporterà in vita i morti, ma almeno assicurerà ai vivi la giustizia».
Al contrario l’avvocato difensore Rita Gilioli ha chiesto l’assoluzione, sottolineando che «in istruttoria sono stati smontati tutti i capi d’imputazione ed è stata esclusa una partecipazione attiva, come ha dichiarato in primis il nipote minorenne. L’unico dato certo è che Giuseppe è deceduto all’improvviso per cause naturali, dovute alla grave vasculopatia che lo affliggeva dal 1993».
La difesa ha contestato anche il movente, «cambiato solo adesso: nel capo d’imputazione era economico, mentre è stato dimostrato che Marta non ha usato un centesimo dei soldi del marito, anzi è stata costretta ad indebitarsi da figlia e genero». E ancora: «Se non ci fosse stata Marta, sarebbe successo quel che è successo? La risposta è sì, anzi sarebbe stato peggio: Giuseppe sarebbe stato davvero prigioniero e nessuno lo avrebbe assistito».
