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Dall’affido alla povertà, fino a Casa Base. Ora il rapper Suspect Cb ha firmato con la Universal e cantato con Ernia: «Reggio è la mia ispirazione»

Alberto Ferrari
Dall’affido alla povertà, fino a Casa Base. Ora il rapper Suspect Cb ha firmato con la Universal e cantato con Ernia: «Reggio è la mia ispirazione»

L’intervista a Micheal Anno Obeng: «Ho vissuto tante vite in soli 23 anni. Ho un solo grande rimpianto: il fatto che la mia città non abbia mai capito che io sono buono»

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Reggio Emilia “Reggio Piange”. Da Casa Base, dalla povertà e dalla strada, fino al successo e ai palchi dei palazzetti. Una vita tumultuosa, tra disagi e problemi con la legge: due famiglie, quella biologica e quella affidataria, un processo per rapina e aggressione durato più di un anno, l’assoluzione e la firma con Universal. «Ho vissuto tante vite in soli 23 anni. Ho un solo grande rimpianto: il fatto che la mia città non abbia mai capito che io sono buono». Un’esistenza tormentata, l’affido a 8 mesi, poi il ritorno a 11 anni dal padre biologico, gli stenti, gli errori, la solitudine. Due sole certezze: Reggio e la musica. Questa è la storia di Micheal Anno Obeng, in arte Suspect Cb, giovane rapper reggiano di origini ghanesi che ha da poco pubblicato il suo nuovo album, “Reggio Piange”.

«Reggio è la mia ispirazione, scrivo raccontando quello che ho vissuto qui. Ora per me questa città è in lacrime. La vedo vuota, cupa, noiosa e cambiata. Quando ero ragazzino, il centro era pieno di giovani. Ora in giro non si vede anima viva. Ma nonostante tutto, sto bene solo a casa mia, a Reggio. E’ l’unico luogo dove non mi sento spaesato», ha raccontato l’artista. Suspect ci ha parlato del suo percorso, della sua musica e della sua denuncia sociale: per aspera ad astra.

Da Casabase, a 150.000 ascoltatori mensili. Suspect, ci racconti la sua storia. Chi è Micheal Anno Obeng?
«La mia storia inizia quando ad 8 mesi sono stato preso in affido insieme a mia sorella biologica. Sono rimasto con la famiglia affidataria fino ad 11 anni e poi sono andato a vivere con mio padre naturale, in zona stazione. Non c’era neanche l’acqua in frigo, mi vergognavo a chiedergli 20 centesimi per arrivare ai 5 euro che mi servivano per un kebab. La mia adolescenza l’ho passata per strada, conosco la stazione a memoria. Sono sempre stato solo, sono un tipo silenzioso. Da ragazzo ho iniziato a frequentare Casa Base, in via Monte San Michele. Quella realtà, alla quale sono ancora molto legato, tanto che porto le sue iniziali nel nome (Cb, ndr), mi ha permesso di iniziare a fare musica seriamente. Ora che sono maturato e sono diventato uomo, ho fatto delle scelte che mi hanno portato lontano da quell’ambiente, che tuttavia non rinnegherò mai. La mia storia è questa, in 23 anni ho vissuto tante vite. Adesso sono sotto l’etichetta di Universal e la povertà è soltanto un ricordo».
Come si è avvicinato alla musica in tutto questo? Cosa rappresenta per lei il rap?
«Quando ero in affido, mio fratello acquisito ed io ascoltavano musica sotto la doccia. Stavo sempre con le cuffie, con l’mp3 in mano. A 13 anni ero già in studio a registrare le mie canzoni, la musica fa parte di me. In particolare il rap, perché è un genere che permette di spiegare concetti e raccontare storie con un approfondimento maggiore rispetto al pop, che essendo cantato non dà la possibilità di inserire in un testo un numero significativo di parole».
Dalla strada ad un contratto discografico. Quando è arrivata la svolta?
«Ho fatto un freestyle che ho pubblicato su Instagram nel 2023, intitolato Giorgia. Non so come, ma Ernia, un rapper milanese che conta all’attivo 43 dischi di platino e 22 dischi d’oro, mi ha notato e ha ripubblicato la mia canzone. In un secondo momento mi ha contattato e abbiamo fatto un brano insieme. Io all’epoca ero sotto custodia cautelare a Roma, in attesa di processo. Questo è stato l’evento che mi ha cambiato la vita: sono stato assolto con formula piena e subito dopo ho firmato con Universal. La mia vita è cambiata radicalmente. Mi hanno dato una bicicletta e adesso non ho intenzione di smettere di pedalare».
Abbiamo parlato di Reggio. che rapporto ha con la città?
«Un rapporto controverso, di odio e amore. Io vivo cantando i miei ricordi e il mio vissuto a Reggio, che è teatro delle mie canzoni. Tuttavia io da qui sono scappato, perché nella mia città non esisteva Micheal, ma esistevano solo le voci che giravano su di me. La cosa che recrimino maggiormente a Reggio è che non ha mai capito che io sono buono. Però, quelle fragili radici che ho, le ho qui. A livello economico fatturo tanto, ma a livello emotivo devo ancora crescere e solo a Reggio non mi sento spaesato, so vivere solo qui».
Lei conosce bene i disagi e le difficoltà dei giovani. Si sta facendo abbastanza per loro?
«No. Io personalmente cercherei di ricreare quell’ambiente bello e pieno di gente che si respirava in centro storico quando ero ragazzino. Sono convinto che se ai ragazzi si dessero luoghi, situazioni positive ed esempi educativi, nessun giovane delinquerebbe. Una città attrattiva e piena di persone sarebbe in grado di assorbire anche i ragazzi più difficili: a nessuno piace essere povero e fare crimini. Io, che ho vissuto in prima persona l’ambiente di Casabase, so di cosa sto parlando. Ho delle idee per dare nuova vita a Reggio e vorrei proporle all’amministrazione. Penso di poter essere un valore aggiunto per la città, ora che ho raggiunto questo grado di maturità e consapevolezza. Mi piacerebbe fare una data al Palabigi e poter contribuire attivamente, assieme al mio team, alla rigenerazione di Reggio. Ci guadagnerebbero tutti, sono io il primo a non volere brutte facce in centro».  © RIPRODUZIONE RISERVATA