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La decisione

Appello della procura sul “caso Bibbiano”: «Ossessiva ricerca di ragioni assolutorie»

Appello della procura sul “caso Bibbiano”: «Ossessiva ricerca di ragioni assolutorie»

La pm Valentina Salvi ha deciso di impugnare la sentenza di prima grado sul “caso affidi” in Val d’Enza

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Bibbiano È durissimo l’appello della Procura di Reggio Emilia contro la sentenza di primo grado sul “caso Bibbiano”, il processo sugli affidi in Val d’Enza che, a fine luglio 2025, aveva fatto cadere gran parte delle accuse. A impugnare la decisione del tribunale è stata la pm Valentina Salvi, che aveva coordinato le indagini dei carabinieri, con un provvedimento di 580 pagine nei confronti di nove imputati. Nel mirino della Procura finisce l’impostazione stessa della sentenza.

Secondo Salvi, la pronuncia «è complessivamente guidata da una spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie, con esiti spesso paradossali e del tutto disancorati dalla realtà e dalle fonti probatorie in atti». Il processo di primo grado si era chiuso con tre sole condanne su 14 imputati, tutte a pene contenute, mentre gran parte dell’impianto accusatorio è stata smontata. Per la Procura, però, il quadro emerso nel dibattimento andava in tutt’altra direzione. Nell’atto di appello si legge infatti che, «a fronte di un quadro probatorio chiarissimo in termini di responsabilità penale degli imputati, pur di pervenire (a qualunque costo, si direbbe) ad alcune irragionevoli assoluzioni», il tribunale «si avventura» in terreni «scivolosi» e in «ricostruzioni del tutto fantasiose dei fatti», fino a rendere conclusioni ritenute «del tutto soggettive e completamente disancorate rispetto ai dati emersi durante l’istruttoria dibattimentale».

La censura della Procura investe anche alcuni passaggi specifici della motivazione della sentenza, definiti «del tutto sconcertanti». In un altro punto dell’appello, il pubblico ministero scrive: «Vi sono dei passaggi motivazionali che lasciano il lettore in uno stato di profondo sconforto come, ad esempio, quando il Tribunale fonda l’assoluzione menzionando circostanze mai avvenute o quando, quasi in termini di veggenza, sembra addirittura addentrarsi nell’analisi degli stati d’animo degli imputati».

Secondo l’accusa, il tribunale sarebbe arrivato in alcuni casi «addirittura ad immaginare cosa questi ultimi stessero pensando al momento della commissione dei fatti», spingendosi oltre le stesse tesi difensive e fornendo «interpretazioni del tutto irrealistiche delle loro volontà, in realtà interamente "immaginate", con la finalità di escludere l’elemento soggettivo del reato».Tra i rilievi mossi dalla Procura ci sono anche profili tecnici legati alla prescrizione. Sempre secondo l’atto di impugnazione, in alcuni passaggi della sentenza sarebbe stato errato anche il calcolo dei termini di sospensione della prescrizione. l© RIPRODUZIONE RISERVATA