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Il caso

«Non urlare o ti buco», il racconto dello studente universitario sequestrato e rapinato in zona stazione

Ambra Prati
«Non urlare o ti buco», il racconto dello studente universitario sequestrato e rapinato in zona stazione

Reggio Emilia, La vittima, un 24enne, ha ripercorso in tribunale i trenta minuti di terrore vissuti tra via Eritrea e via Emilia San Pietro: «Eravamo in pieno centro, ma non è passata anima viva».

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Reggio Emilia «Continuava a puntarmi contro il coltello. Ho proprio avvertito il pericolo». Una testimonianza puntuale e chiara, quella resa ieri (1 aprile) in tribunale dallo studente universitario di 24 anni che l’anno scorso è stato sequestrato, rapinato e costretto a prelevare del denaro da due tunisini di 20 e 21 anni. Una vicenda che ha fatto scalpore, perché partita in via Eritrea e proseguita in centro, è durata più di mezz’ora prima che il malcapitato fosse lasciato libero. Il primo malvivente, Amira Chehida - il pregiudicato che impugnava il coltello - è già stato giudicato con rito abbreviato. In rito ordinario, davanti al collegio presieduto dal giudice Luigi Tirone (a latere Sarah Iusto e Giulia Bonora), è rimasto il secondo malvivente: Zouhaier Jemai (alias Zhouire Jamei), 21 anni, un solo precedente per spaccio, deve rispondere del reato di rapina a scopo di estorsione pluriaggravata (tre le aggravanti: le più persone riunite, sotto la minaccia di armi, in condizioni di tempo e di luogo tali da ostacolare la difesa).

Quella notte, a mezzanotte e mezza, lo studente universitario appena sceso dal treno (è originario di Recanati) sta andando a casa a piedi quando, in via Eritrea, viene accerchiato da un gruppo di stranieri che gli chiedono "in regalo" le sigarette nella tabaccheria a pochi passi: lo studente li asseconda, pensando di cavarsela così. Il prelievo non riesce e lo studente tira dritto; ma in via Dante Alighieri, all’incrocio con via del Pozzo, Chehida lo riavvicina, lo trascina nel vicolo, tira fuori un coltello a farfalla e lo minaccia: «Non urlare o ti buco». Per il malcapitato inizia l’incubo: nel vicolo consegna il cellulare e il portafoglio (contenente appena 5 euro), poi raggiungono il complice davanti al tabaccaio di via Roma, dove il 24enne viene costretto a inserire la tessera sanitaria e a pagare 49,50 euro di sigarette.

Il primo bandito col coltello tiene lo studente per la spalla, mentre l’imputato con la mano in tasca finge di avere un’arma: i due lo scortano prima allo sportello postale di via San Nicolò, risultato fuori servizio, poi al Credem di via Emilia San Pietro dove in due tranches prelevano 550 euro. «Eravamo in pieno centro, pensavo che prima o poi qualcuno sarebbe arrivato, ma non è passata anima viva», ha ricordato il 24enne. Lungo il percorso, in via Nacchi, deve pure a togliersi il giubbotto (marca Antartica di colore nero) con dentro un orologio marca Seiko. «All’inizio erano amichevoli, ma se non facevo quello che mi dicevano mi avrebbero fatto del male» ha raccontato lo studente, che ha riconosciuto in foto entrambi.

Alle domande del pm Isabella Chiesi la vittima ha spiegato come in seguito la paura gli abbia fatto cambiare abitudini: «Non abito più in centro, non vado più in stazione e mi sposto solo in auto». L’avvocato difensore Mesoraca ha chiesto quale fosse il ruolo dell’imputato. «Avevo paura di entrambi. Il secondo pareva più lucido e consapevole, di certo ha visto il coltello». Ha poi deposto un poliziotto, che ha confermato come tutte le fasi siano state immortalate dalle telecamere tranne la spogliazione nel vicolo. «I responsabili si vedevano bene in volto, nella banca si vedeva la consegna del bancomat e la vittima in maglione costretta a digitare il Pin, con i due che si intascavano i soldi». La mattina seguente «abbiamo fermato un giovane con la giacca del rapinato: c’era ancora l’orologio». A breve la sentenza. l© RIPRODUZIONE RISERVATA