Artemis II verso la Luna. L’astronauta Maurizio Cheli: «Traguardo romantico: sono 54 anni che non ci avviciniamo al nostro satellite»
Fu il primo italiano nella storia (e primo non americano) a ricoprire il ruolo di Mission Specialist a bordo di uno Space Shuttle: «Vedere la Terra dallo spazio? Un ricordo che resta indelebile»
«Poter vedere la Terra dall’alto è qualcosa di incredibile. Per quelli che volano adesso, poterla vedere addirittura dalla Luna sarà ancora molto più emozionante, perché la si vede proprio nella sua interezza». Impegno, sacrificio, capacità, tecnologie, conoscenza. E poi la magia dell’universo. Pochi al mondo posso raccontare cosa si prova a volare nello spazio. Uno di questi è Maurizio Cheli, oggi 66enne di Zocca (Modena), primo italiano nella storia (e primo non americano) a ricoprire il ruolo di Mission Specialist a bordo di uno Space Shuttle. Era il 1996, con la missione STS-75, quando rimase in orbita per 15 giorni, 17 ore e 41 minuti a bordo del Columbia. Un’esperienza raccontata anche nel libro “Tutto in un istante. Le decisioni che tracciano il viaggio di una vita” (Minerva edizioni). Trent’anni dopo, con il lancio di Artemis II che ha riportato gli esseri umani in rotta verso la Luna, gli occhi del mondo tornano a guardare il cielo, chiedendosi cosa significhi guardare la Terra da lassù. «Io appartengo alla generazione di persone che hanno visto lo sbarco sulla Luna in diretta, per me sembrava un’epopea di quelle incredibili...», racconta.
Cheli, ha seguito il lancio di Artemis II? In cosa è diversa questa missione rispetto a quelle del passato recente?
«Sì, certo. Ho seguito tutto. Diciamo che ormai da tantissimo tempo, dall’ultimo volo dell’Apollo, noi siamo in quella che si chiama orbita bassa terrestre, quindi a circa 400 chilometri. Siamo usciti da questa orbita bassa terrestre praticamente solo con le missioni Apollo e con una missione che si chiamava Inspiration 4. Da decenni ormai siamo ristretti a quella quota, tra i 380 e i 400 chilometri. Artemis II andrà oltre. Ed è molto evocativo tornare verso la Luna, un po’ perché rappresenta sempre un traguardo romantico ed emozionante, e poi proprio perché sono 54 anni che non ci avviciniamo al nostro satellite».
Come mai tutto questo tempo lontani dalla Luna?
«Non si è più tornati per tante ragioni, economiche ma soprattutto politiche. Come si ricorda, c’era la guerra del Vietnam, c’era meno supporto politico e popolare. E adesso si ritorna con un piano molto più preciso: la colonizzazione della Luna nel corso dei prossimi anni, la costruzione di una base lunare, e poi da lì, eventualmente, il viaggio verso Marte».
Marte sembra ancora fantascienza…
«Sì, andare su Marte è ancora qualcosa di molto complesso da tutti i punti di vista».
Qual è la difficoltà principale di una missione come Artemis II?
«Sicuramente la distanza. Se succede qualcosa, non puoi rientrare subito quando vai verso la Luna. Come dimostrò il famoso Apollo 13, non puoi fare marcia indietro e tornare subito: devi per forza circumnavigare la Luna e solo da lì si può ritornare indietro. Ci sono quindi limiti di tempo molto stringenti. Poi è la prova di un razzo nuovo: c’è tanta tecnologia nuova in questa missione, quindi è proprio un volo di prova dove tutto può andare bene, oppure qualcosa può non funzionare nel migliore dei modi».
L’Europa e l’Italia sono in prima linea anche in questa missione?
«Sì. L’Italia sarà molto impegnata nella costruzione dei moduli abitativi per l’esplorazione lunare con equipaggio. L’Italia nello spazio è davvero molto importante e ha tantissime capacità».
Si riuscirà a tornare sulla Luna entro il 2028? Ora c’è questa corsa fra Usa e Cina...
«Piace sempre “ammantare” le missioni di questo genere come una competizione internazionale. Ma le missioni spaziali hanno sempre un grande punto interrogativo. L’allunaggio era già previsto per quest’anno, e non sarà così: doveva essere Artemis III, invece sarà già Artemis IV. I programmi si adattano in funzione di quello che si osserva. Se la tecnologia si mostra matura, si va avanti; se non si mostra del tutto matura, saranno necessari altri voli di prova. Il 2028 sarebbe già un traguardo importante. Al momento si sta mettendo alla prova il razzo, e lo si proverà anche con la missione successiva. Quello che rimane da sviluppare è il lander lunare, l’equivalente del Lem delle missioni Apollo, che permetterà di atterrare fisicamente sulla Luna dall’orbita lunare. Quello è ancora da mettere a punto definitivamente».
Quest’anno ricorrono anche i trent’anni dalla sua missione.
«Sembra ieri, devo dire la verità».
Che ricordi ha?
«Bellissimi, ovviamente, perché per me è stata un’emozione unica. Poter vedere la Terra dall’alto è stato qualcosa di incredibile».
È qualcosa di inimmaginabile per chi non è mai stato nello spazio?
«Diciamo che è la somma di sensazioni fisiche: galleggiare, vedere che si vola attorno alla Terra. Ci sono tante foto che rendono bene l’idea, ma è come quando facciamo i turisti: un conto è vedere la Tour Eiffel in cartolina, un conto è vederla da sotto. È una grossa differenza».
C’è un dettaglio che ricorda in modo particolare?
«Sì, l’emozione di quando siamo arrivati in orbita e abbiamo visto i colori della Terra: il blu, il bianco delle nuvole, il nero assoluto del cielo. Quelle sono cose che lasciano un ricordo indelebile».
Cosa si sente di dire a questa nuova generazione di astronauti?
«Sono fortunati. Ci sono tantissimi programmi che stanno partendo adesso e sono convinto che saranno protagonisti di un periodo nello sviluppo del volo spaziale che, nella storia, ha avuto riscontri paragonabili solo con il programma Apollo. Saranno davvero molto fortunati». © RIPRODUZIONE RISERVATA
