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Reggio Emilia, mancano 207 medici di base: «Tante zone resteranno scoperte». Ecco dove sono le criticità maggiori

Serena Arbizzi
Reggio Emilia, mancano 207 medici di base: «Tante zone resteranno scoperte». Ecco dove sono le criticità maggiori

L’allarme del sindacato dopo la pubblicazione dei dati da parte della Regione Emilia-Romagna. «Il ruolo unico aumenta il carico ma senza semplificare il nostro lavoro»

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Reggio Emilia Sono 207 le zone senza un medico di medicina generale a Reggio Emilia e provincia. È il dato che emerge dal Bur, il Bollettino ufficiale regionale. La situazione, a Reggio Emilia, rimane pressocché invariata: nel 2025, infatti, erano 209 le zone carenti. Le 207 attuali sono coperte da incarichi provvisori, fa sapere l’Ausl. La situazione di criticità maggiore si verifica a Reggio Emilia, dove le zone carenti sono 88, seguita da Guastalla (33), Correggio (28), Scandiano (26), Montecchio (22) e Castelnovo Monti (12). Il sindacato Snami, tramite la presidente provinciale, il medico Samanta Papadia, lancia l’allarme.

«A Reggio Emilia sono state pubblicate 207 zone carenti di medici di medicina generale. Tradotto: mancano centinaia di medici di famiglia - sottolinea Papadia -. E la realtà è ancora più dura: molte di queste zone resteranno senza medico. Ma per capire davvero cosa sta succedendo, bisogna spiegarlo in modo semplice. Il medico di famiglia non farà più solo il medico “di famiglia”. Fino a oggi il medico di base era una figura chiara: uno studio, i propri pazienti, un rapporto diretto e continuativo. Con il cosiddetto ruolo unico le cose cambiano radicalmente». «Ai nuovi medici viene chiesto di: lavorare nel proprio ambulatorio con centinaia di pazienti, andare anche nelle Case della comunità, strutture create con fondi Pnrr, fare turni su pazienti che non sono i propri, coprire orari più ampi - entra nel dettaglio la presidente del sindacato Snami -. In pratica, lo stesso medico deve fare più lavori contemporaneamente. Un sistema complicato, che allontana i medici. Sulla carta sembra un potenziamento del servizio. Nella realtà, significa una cosa molto semplice: più obblighi, più spostamenti, meno tempo per i propri pazienti. E c’è un problema concreto: nelle Case della comunità non c’è spazio per tutti i medici».

Il sindacato sottolinea, quindi, che questa situazione comporta il lavoro su più turni, «spesso lontano dal proprio studio, seguendo pazienti che non si conoscono. Questo modello rischia di rompere ciò che ha sempre funzionato: il rapporto diretto medico-paziente, la continuità della cura, la conoscenza della storia clinica. Il rischio è trasformare il medico di famiglia in un medico a turni, con meno tempo e meno possibilità di seguire davvero le persone». «Sono stati investiti milioni per costruire le Case della comunità - conclude Papadia -. Ma senza condizioni di lavoro sostenibili, quei luoghi rischiano di restare vuoti. Il segnale è chiaro: i medici non stanno scegliendo questo modello. Le 207 carenze non sono un incidente. Sono la conseguenza di un sistema che: non è attrattivo per i giovani medici, aumenta il carico senza semplificare il lavoro. E per questo motivo, molte di queste zone resteranno scoperte. La domanda che dobbiamo farci è semplice: che medico di famiglia vogliamo? Uno presente, che conosce i suoi pazienti o un medico costretto a correre tra ambulatorio, turni e strutture diverse? Le 207 zone carenti di Reggio Emilia sono un segnale chiarissimo. Se non si interviene sulle condizioni di lavoro dei medici non ci saranno abbastanza professionisti disposti a fare questo lavoro. E senza medici di famiglia, non esiste medicina territoriale». l