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Il caso

Ora scatta la truffa della rapina. I finti carabinieri accusano: «L’auto dei banditi è intestata a lei». Quando chiedono di vedere i gioielli di casa è per rubarli

Alice Tintorri
Ora scatta la truffa della rapina. I finti carabinieri accusano: «L’auto dei banditi è intestata a lei». Quando chiedono di vedere i gioielli di casa è per rubarli

Reggio Emilia: vittima un uomo di 87 anni, che con la moglie ha ricevuto una chiamata in cui parlavano di un colpo in centro.

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Reggio Emilia «C’è stata una rapina in una gioielleria del centro. Siamo riusciti a individuare l’auto dei criminali: è una Bmw intestata a lei». Sono queste le parole che, dall’altra parte del telefono, hanno raggiunto Paolo Neri, 87 anni, residente a Reggio Emilia e conosciuto in città per essere uno dei fondatori dell’Us Reggio Emilia/Arti Grafiche. A chiamarlo, sul numero di casa, due persone dall’accento meridionale che si sono presentate come carabinieri in servizio su un caso piuttosto grave: un negozio di gioielli appena svaligiato. Il tono di quella prima, insolita chiamata era inquisitorio: il signore, secondo i suoi interlocutori, con quella rapina doveva centrare qualcosa, perché l’auto su cui il bottino era stato caricato era niente meno che la sua. Eppure, né lui né la moglie Roberta avevano mai avuto né guidato quell’auto.

Ma la telefonata è andata avanti, con insinuazioni e intimazioni tanto surreali da confondere loro le idee: «Ci hanno tenuti in scacco per più di due ore – racconta Paolo – e alla fine hanno rubato tutti i nostri gioielli di famiglia». Si, è così. Perché come ha raccontato in un lungo post su Facebook in cui ripercorre l’accaduto «ho creduto a voci che ho lentamente memorizzato nella vita come espressioni della difesa della legalità del nostro Paese», voci che dimostravano «una conoscenza a prima vista approfondita di questioni legali», oltre a una sicurezza e una precisione che non lasciavano spazio a dubbi, interpretazioni o risposte a tono. «Mia moglie nutriva forti dubbi sin dall’inizio. Per questo era stata invitata a chiamare dal telefono fisso il 112, che alle sue domande aveva risposto positivamente. Questo perché, come ci è stato detto dai carabinieri veri ai quali abbiamo denunciato l’accaduto, i carabinieri falsi avevano “clonato” il nostro fisso». E così, quando un presunto carabiniere si è presentato alla porta per recuperare i gioielli che la coppia custodiva in casa, e verificare che non fossero quelli appena rubati in negozio, Paolo non ha fatto storie.

Ma quei gioielli (per l’esattezza 340 grammi di oro), che avevano un valore affettivo, oltre che economico, non li hanno più rivisti. «Per tutto il tempo hanno tenuto occupati i nostri telefoni – racconta Roberta –, impedendoci di contattare le forze dell’ordine. Ho scelto comunque di andare in caserma, per ricevere chiarimenti su quel che stava succedendo. Quando ho intuito che si trattava di una truffa era troppo tardi: il finto carabiniere era già a casa nostra e mio marito gli aveva già consegnato il nostro oro». Restano soltanto l’amarezza e l’imbarazzo, ingiusto, di chi è stato ingannato, «per una fiducia e una stima profonda nei confronti delle forze dell’ordine e un rispetto vero per lo Stato» continua. Il post pubblicato su Facebook da Neri si chiude con un appello, valido per tutti: «Bisogna fare molta attenzione, perché non bastano le controinformazioni fatte dalla Pubblica Sicurezza, è necessario un suo intervento mirato per prevenire tali furti. Perché ne va della democrazia del Paese. Come ci hanno detto i carabinieri veri, oggi nessuno crede più alla veridicità dei pubblici ufficiali. La sicurezza è uno dei fondamenti della democrazia e bisogna difenderla con determinazione rendendo vivibili le nostre città». l © RIPRODUZIONE RISERVATA