«Mio padre morì sul Moby Prince: lo scoprii dalla radio. Dissero: nessun superstite. Dopo 35 anni, manca ancora la verità»
Reggio Emilia: Christian Salsi aveva 14 anni quando il genitore Giuliano perse la vita con altre 139 persone. Sette le vittime reggiane. Sabato Bagnolo ricorda il suo concittadino e tutte le vittime a 35 anni dalla tragedia
Bagnolo «Me la ricordo benissimo quella mattina. Ero in auto con mia madre, stavamo andando in piazza a Bagnolo: lei doveva accompagnare me a scuola e mio fratello all’asilo. Alla radio diedero la notizia dell’incidente al largo di Livorno, poi dissero “traghetto Livorno-Olbia”. Mia madre capì subito che era la nave su cui era partito mio padre Giuliano. Dopo pochi minuti parlarono di nessun superstite...». Christian Salsi conserva questo ricordo indelebile del 10 aprile 1991, quando il traghetto Moby Prince entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo mentre usciva dal porto di Livorno. Nel rogo morirono 140 delle 141 persone a bordo, tra equipaggio e passeggeri. Sette le vittime reggiane. Oltre al 41enne Giuliano Salsi, titolare delle Grafiche Sagi di Bagnolo, morirono Alessia Caprari, 19 anni; Aldo Mori, 52; Giovanna Formica, 51; Monica Rizzi, 27; Umberto Rizzi, 47; Maria Rosa Simoncini, 25 anni.
Sabato, a 35 anni dal disastro, il Comune di Bagnolo aprirà al pubblico la nuova Sala civica del Torrazzo con una giornata che unirà il ricordo delle vittime del Moby Prince alla restituzione di uno spazio alla comunità. Il programma prevede al mattino una commemorazione pubblica al teatro Gonzaga “Ilva Ligabue”, seguita dall’inaugurazione della Sala civica e dall’apertura della mostra “Archeologia di strage”, dedicata alla memoria delle vittime.
In vista dell’iniziativa abbiamo raccolto la testimonianza di Christian Salsi, figlio di Giuliano. All’epoca della tragedia aveva 14 anni, suo fratello Davide 5, la mamma Brunella Marastoni 37. La famiglia viveva a Villa Argine di Cadelbosco, poi si trasferì a Bagnolo. Che significato ha per voi questo appuntamento?
«È un modo per tenere viva la memoria di una strage che sentiamo ancora impunita. Se ne parla poco, soprattutto tra le nuove generazioni, e invece è importante continuare a ricordare».
Il disastro del Moby Prince resta senza colpevoli. La nuova commissione d’inchiesta punta al riconoscimento del reato di strage, passaggio ritenuto decisivo per accertare le responsabilità di chi doveva garantire la sicurezza e gestire i soccorsi in modo adeguato.
«Noi familiari, a distanza di 35 anni, non abbiamo ancora avuto una verità piena. Le commissioni d’inchiesta hanno fatto emergere elementi importanti, ma non si è arrivati fino in fondo. Non c’è mai stata una risposta definitiva su cosa sia successo e di chi siano le responsabilità».
Cosa vuol dire, per un familiare, continuare a chiedere giustizia dopo tutti questi anni?
«Non è una questione economica ma di giustizia e verità. È il bisogno di sapere perché è morto un padre, un figlio, un amico. Sapere cosa è accaduto davvero non cambia il dolore, ma darebbe almeno una spiegazione. E poi serve anche a evitare che tragedie del genere possano ripetersi».
Che ricordo conserva di suo padre Giuliano?
«Era una persona piena di interessi, molto socievole, con una grande passione per lo sport. Era tifosissimo della Juventus, amava le auto, i rally, i viaggi. Era una persona brillante, molto conosciuta. Oggi penso spesso al fatto che avevo 14 anni, l’età in cui tra padre e figlio cominci a condividere davvero passioni, dialoghi, consigli. Questo è ciò che mi è mancato di più in questi anni. Mi manca tutto quello che sarebbe potuto venire dopo. Mi sono mancati il confronto, i consigli, una presenza paterna nel momento in cui si cresce».
In questi anni avete sentito la vicinanza della comunità?
«Sì, molto. Già allora ci fu una grande partecipazione. Ricordo che al funerale di mio padre c’erano migliaia di persone. E anche in questi anni il Comune di Bagnolo ci è sempre stato vicino, così come tante persone della comunità. Questo per noi ha contato molto».
Sua mamma si è trovata sola con due bambini. Deve essere stata dura.
«È una persona incredibile. È stata sia madre che padre. Si è trovata con due figli e ha voluto portare avanti comunque l’attività di famiglia, si è sempre divisa, lottando parecchio sia per il lavoro che anche per la famiglia».
Sabato sarà una giornata di comunità, oltre che di memoria.
«Sì, ed è giusto che sia così. Ricordare mio padre e le altre vittime in un luogo restituito alla cittadinanza dà ancora più valore a questa iniziativa. La memoria non deve restare chiusa dentro le famiglie, ma diventare patrimonio di tutti». © RIPRODUZIONE RISERVATA