Jova emoziona e Benny lo affianca sul palco della Cavallerizza
Grande successo sabato 18 aprile 2026 per l’evento “The Riff Listening Theatre”
Reggio Emilia Alle 18, alla Cavallerizza, si entra in un’altra dimensione. Più un salotto che un palcoscenico: due poltrone, una grande lampada, il giradischi, i toni caldi del legno, in un allestimento curato ed elegante. E, a catturare lo sguardo prima ancora dell’ascolto, c’è l’impianto hi-fi di Audiocostruzioni: due grandi casse ai lati, a disegnare i confini del suono. Poi arriva Lorenzo Jovanotti. Cappellino, camicia e pantalone bianco. Sorriso largo, energia immediata. Accanto a lui l’esperto di musica e giornalista Luca Sofri, direttore de Il Post. E da lì, senza fretta, comincia un viaggio dentro la sua vita, di uomo e di artista, attraverso la musica.
Dietro, a tenere insieme i fili, c’è anche il dj reggiano Benny Benassi, amico e regista silenzioso di un incontro che qui trova un senso particolare. Con l’associazione Vino e Vinili ha costruito Vyni Festival e soprattutto ha portato Jovanotti a Reggio. Il resto viene da sé.
«Il successo per me è sempre stata una benedizione», rivela il cantautore. «Quando una cosa entra nella vita delle persone io la rispetto». È il motivo per cui non ha mai voluto le sue canzoni nelle pubblicità. «Magari qualcuno ci si è sposato, ci ha fatto un compleanno. Voglio che restino vergini».
I dischi, quelli che lo hanno segnato come ascoltatore, arrivano uno dopo l’altro. Alcuni da casa, altri recuperati da Benassi. Jovanotti li prende, li gira, li appoggia a terra. «Io il disco l’ho sempre trattato come uno strumento musicale. Non è un supporto: voglio un rapporto fisico con lui».
Il primo è una scintilla. La colonna sonora di American Graffiti. «Si apre come un poster». Parte “Rock Around the Clock” di Bill Haley & His Comet. Un regalo di sua zia, quel vinile. «Per Lorenzo, mi disse». Dodici anni e qualcosa che si accende. «Ne ero ossessionato». Poi la prima adolescenza, Ornella Vanoni, la bossa nova che resta e ritorna. «Le cose belle sono cose belle». Sempre. «Questo è un disco che mi unisce a mia figlia Teresa, piace anche a lei».
Poi ecco “Rapper’s Delight” degli Sugarhill Gang. «Lo vidi in un servizio, mi parlava». Lo cerca in un negozio di dischi, lo trova dopo una settimana. 45 giri. Tredici minuti. «Da lì è iniziata la mia carriera». Una linea netta. «Ho capito che avrei fatto rap». E ancora: «Da lì divento musica, che per me doveva essere qualcosa che si balla: senza battito non me ne facevo niente». Il racconto si apre. Bob Marley, «tra i primi tre». Non l’icona, ma la precisione dell’esecuzione. «Una perfezione formale impressionante». Poi Jova parla di hip hop che nasce nel Bronx, prima musica urbana. Cita Afrika Bambaataa, recentemente scomparso, «un pioniere di questo linguaggio». Nelle casse risuona allora Kiss di Prince. Jova si muove, si lascia attraversare dalle note. Balla, si diverte. «Sono ancora un esploratore di musica capace di aprirmi la testa». E lo sembra davvero. «La musica può farti sentire connesso con qualcosa di grande».
Fuori, intanto, la città si muove. Fin dal mattino il centro storico si è riempito di persone che hanno invaso le piazze e le vie interessate dal festival, che prosegue anche oggi. Dj set, talk, degustazioni: Reggio (e non solo) risponde presente.
Dentro la Cavallerizza resta quell’idea semplice. «Fate musica da ballo», consiglia ai più giovani. «Se la gente balla, funziona». È una visione concreta, quasi fisica. Come il vinile: «È una spirale. La musica parte dalla periferia e va verso il centro. È una cosa che gira».
Gran finale. Sul palco salgono i dj amici Daniele Davoli e Benny Benassi. Il pubblico, smartphone in mano, si esalta . l
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