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Il dottor Massimo Comunale va in pensione: «La cosa più difficile? Salutare i pazienti»

Jacopo Della Porta
Il dottor Massimo Comunale va in pensione: «La cosa più difficile? Salutare i pazienti»

Guastalla, il decano dei medici di base lascia dopo 37 anni: «Ho chiesto di proseguire, non me l’hanno concesso...»

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Guastalla «La cosa più difficile? È salutare la gente...». Ha il magone, e si sente, Massimo Comunale. Il decano dei medici di base guastallesi sta vivendo i giorni più delicati della sua lunga carriera: quelli dei saluti ai pazienti. Dopo 37 anni nella medicina generale, il medico di famiglia molto conosciuto e amato, campano di nascita ed emiliano di adozione, tifosissimo del Napoli e militante comunista, si prepara a lasciare l’ambulatorio. Lo fa con dispiacere, con qualche amarezza per non avere potuto proseguire ancora un po’, ma anche con la consapevolezza di avere chiuso un percorso importante e di voler lasciare spazio ai giovani colleghi. In questa intervista ripercorre una vita passata tra ambulatorio, visite a domicilio, battaglie per la sanità territoriale e impegno politico, senza mai rinunciare a dire quello che pensava.

Dottor Comunale, finalmente la pensione. Non è felice?

«Entrare nelle case della gente e dire che si va in pensione non è semplice. Avevo coltivato la speranza di poter continuare ancora un po’, anche perché il bisogno c’è ed è reale. Invece il mio ultimo giorno di lavoro sarà il 30 aprile. E questo passaggio mi commuove».

Ha un po’ di amarezza?

«Sì, perché la possibilità di proseguire su base volontaria fino a 72 anni esiste. Ho 70 anni e ci speravo. Non è andata così. Però non ho voluto farne una battaglia personale, anche perché è giusto che ci sia spazio anche per i giovani medici».

Ci racconti la sua storia di medico?

«Lascio dopo 37 anni di medicina generale, ma prima ancora una lunga gavetta. Appartengo a una generazione che non passava dalla laurea all’ambulatorio. Dopo la laurea a Parma ho fatto la guardia medica, la guardia turistica, il medico alle terme, ho lavorato in diversi contesti».

Che cosa ha amato di più del suo lavoro?

«Il rapporto con la gente. Il rapporto fiduciario con le persone. Il fatto che un paziente potesse dire "è il mio medico" e io potessi dire "è un mio paziente". Questo rende speciale il lavoro del medico di famiglia. Sono pochi i mestieri in cui non solo vieni pagato bene, ma ricevi anche l’affetto delle persone».

Lei fa visita a casa ai pazienti. Oggi è sempre più raro.

«Mi sono sempre sentito un medico del territorio. Non ho mai pensato che il mio lavoro finisse con l’orario di ambulatorio. I pazienti fragili li ho sempre seguiti con continuità, anche il sabato e la domenica. Questa, per me, è la medicina di famiglia».

Quanto conta la medicina territoriale?

«Continuo a pensare che sia il presidio più importante della sanità pubblica. La sanità territoriale da noi esiste, ma andrebbe rafforzata, premiata e valorizzata. Qui c’è ancora una rete che funziona: assistenza domiciliare, cure palliative, presa in carico dei pazienti a casa. È una ricchezza vera, che non va indebolita».

Lei non ha mai avuto paura di denunciare pubblicamente quello che, secondo lei, non funzionava.

«È vero. L’ho fatto più volte e qualche conseguenza l’ho anche pagata. Ma quando vedevo situazioni ingiuste o storture evidenti, non riuscivo a stare zitto. Penso faccia parte del dovere di un medico e di un cittadino».

Nel 2019, ad esempio, fu convocato dall’Ordine dei medici su richiesta dell’Inps dopo un post su Facebook in cui raccontava il caso di un paziente terminale a cui era stata negata l’indennità di accompagnamento.

«Avevo raccontato una storia vera e non mi sono mai tirato indietro. Non mi faccio intimidire. Poi è chiaro che esporsi ha un prezzo, ma rifarei quello che ho fatto».

Oltre al camice c’è sempre stata anche la politica.

«Sono stato consigliere comunale a Guastalla, prima in maggioranza e poi all’opposizione, e resto un militante di Rifondazione comunista. Per me l’impegno politico è sempre stato un’altra forma di attenzione verso la comunità. Anche lì, con tutti i limiti del caso, ho cercato di portare le mie idee e di difenderle apertamente».

Lei ha sempre rivendicato anche un forte legame con la tradizione comunista emiliana e andò in Russia per celebrare i 100 anni della rivoluzione.

«Continuo a pensare che l’età migliore della nostra terra coincida con gli anni in cui i comunisti governavano da comunisti. L’Emilia-Romagna allora era la regione più avanzata d’Italia».

Eppure ha sempre coltivato rapporti con persone di idee molto diverse dalle sue.

«Assolutamente sì. Ho avuto per anni un confronto continuo con persone come don Paolo Pirondini e il cattolico socialista Lino Artoni, che non ci sono più, e l’avvocato socialista e laico Gianluca Soliani. Abbiamo fatto tanti pranzi e cene. Eravamo diversi per idee e storie, ma ci si trovava, si discuteva, ci si ascoltava. Era un confronto vero, tra persone libere. Per me è sempre stato un arricchimento».

Come sta vivendo questi giorni?

«Con dispiacere, perché questo lavoro mi è piaciuto molto. Però c’è anche un tempo in cui bisogna farsi da parte. Sono ottimista: i giovani medici sono all’altezza».

Che cosa le stanno dicendo i pazienti?

«Per molti è un momento di commozione. Dopo tanti anni, si perde una quotidianità. Ma vedo tanto affetto, e questo mi consola. Vuol dire che ho lavorato con onore e con decoro».

E adesso?

«Non resterò fermo. Mi hanno già contattato alcune associazioni di volontariato e valuterò come dare una mano. Ho sempre lavorato per gli altri e continuerò a farlo. E poi tornerò anche in piazza, con le iniziative che ho sempre seguito. Nel 2015 andai ad Atene per portare farmaci a chi non poteva permetterseli. Adesso farò qualcosa per Cuba e non solo». l© RIPRODUZIONE RISERVATA