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Il resoconto

Festa della Liberazione, in 5mila a Reggio Emilia con Scurati. A Meloni: «Nominate la Resistenza». Il sindaco a La Russa: «Equipara tutti i caduti: noi non ci stiamo»

Festa della Liberazione, in 5mila a Reggio Emilia con Scurati. A Meloni: «Nominate la Resistenza». Il sindaco a La Russa: «Equipara tutti i caduti: noi non ci stiamo»

Grande partecipazione alla cerimonia. Lo scrittore ha fatto un’orazione dedicata a Sandro Pertini, presidente della Repubblica e partigiano

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Reggio Emilia Cinquemila persone in centro storico per celebrare il 25 aprile a Reggio Emilia. Una partecipazione ampia e sentita che ha accompagnato, fin dal mattino, le iniziative per la Festa della Liberazione. La giornata si è aperta con la messa alla Basilica della Ghiara, per poi proseguire con il corteo per le vie del centro storico, accompagnato dalla banda. In piazza, tra bandiere e cittadini di tutte le età, non sono mancati i canti della tradizione partigiana, da Bella Ciao ad altri brani simbolo della Resistenza, infine l’inno italiano. Le celebrazioni si sono concluse con la deposizione della corona al monumento ai caduti. Ospite della giornata lo scrittore Antonio Scurati, che ha tenuto l’orazione ufficiale dedicata al presidente della Repubblica e partigiano Sandro Pertini. Ma è stato soprattutto nel passaggio a braccio che il suo intervento ha assunto un tono ancora più diretto. Dal palco ha richiamato con forza il valore della Resistenza, invitando esplicitamente a “nominare questa parola”, rivolgendosi alla presidente del Consiglio e al presidente del Senato, ricordando come proprio da quella storia nasca la Costituzione italiana.

Il discorso del sindaco

Accanto al suo intervento, le parole del sindaco Marco Massari hanno riportato al centro il significato profondo della ricorrenza.  «Essere qui oggi, a distanza di ottantuno anni, rappresenta la conferma di quanto la Liberazione dal nazifascismo sia stata la radice morale della nostra Repubblica, il punto a cui tornare sempre, con la memoria e con la ragione, con il cuore e con la gratitudine verso chi rese possibile la vittoria e ci consegnò la libertà» ha detto. «Il 25 aprile, però, non racconta una storia conclusa, non è un rito per ricordare il passato e i suoi attori. È un mosaico di storie, speranze, idee e gesti di coraggio. Racconta di uomini che hanno scelto e non sono rimasti passivi di fronte al fascismo e alla guerra. E tanti hanno dato la vita per queste scelte: possiamo vederli laggiù, a fianco del Teatro Municipale, nel sacrario che li ricorda, i volti degli oltre seicento reggiani, quasi tutti giovanissimi, caduti per mano dei nazisti tedeschi e dei fascisti italiani, durante la lotta di Liberazione».

«È una memoria viva quindi, che nel tempo ha continuato a parlarci, ricordandoci quanto le radici della nostra cittadinanza democratica affondino proprio in quei giorni. Quando, nel pomeriggio del 24 aprile, i primi partigiani entrarono a Reggio — e l’immagine della loro corsa in via Emilia è divenuta simbolo della Liberazione — non si chiudeva soltanto il periodo più buio della nostra storia, ma si apriva una nuova, grande sfida: ricostruire una comunità ferita, ricucire il tessuto sociale lacerato da vent’anni di dittatura e da venti mesi di occupazione. Era forse il passaggio più difficile: deporre le armi e diventare costruttori di pace. Il cammino non fu semplice. La violenza della guerra aveva lasciato segni profondi. Chi aveva combattuto, in montagna e in pianura, si rimboccò le maniche e, con la concretezza tipica delle nostre terre, iniziò a costruire il futuro. I partigiani divennero amministratori, sindacalisti, cooperatori; tornarono nelle officine e nei campi, contribuendo a rimettere in piedi la comunità». «E Reggio vide la nascita delle prime scuole dell’infanzia, oggi conosciute in tutto il mondo, grazie al coraggio e alla lungimiranza di donne e uomini sostenuti da UDI e CLN, che occuparono locali fascisti o ricostruirono spazi distrutti dalla guerra, offrendo diritti ai bambini. Da quell’impegno nacquero la nostra democrazia e il nostro benessere. È un debito di riconoscenza che non possiamo dimenticare. Fu un percorso che ebbe una tappa fondamentale nel voto alle donne, di cui ricorre l’80° anniversario, e il suo compimento nella Costituzione, alla cui stesura i reggiani diedero un contributo significativo, con Meuccio Ruini alla guida della Commissione dei 75 e l’apporto di Giuseppe Dossetti e Nilde Iotti. La medaglia d’oro al valor militare sul gonfalone della nostra città è un richiamo potente a questa eredità. Racconta di persone che hanno scelto di rischiare e perdere la propria vita per la libertà di tutti. Di tutti: anche di coloro che allora erano nemici. Il 25 aprile ha liberato anche loro, rendendoli cittadini di una Repubblica libera, quale non sarebbe mai esistita se la storia avesse preso un’altra direzione».

Le parole al presidente del Senato
«Ma da almeno 20 anni c’è sempre qualcuno che ci prova: quest’anno ancora una volta il Presidente del Senato, che equipara tutti i caduti indistintamente, chi ha dato la vita per la libertà o è stato deportato in un lager e chi decise di combattere al fianco dei nazifascisti. No, caro Presidente, noi non ci stiamo. Perché, come scrisse Italo Calvino, partigiano garibaldino, “la rabbia che fa sparare noi con speranza di riscatto è la stessa che fa sparare i fascisti. Ma la differenza è che, nella storia, noi siamo dalla parte della ragione e loro del torto”. Commemorare insieme questi caduti non è pietas, ma negazione della storia. Permettetemi oggi di ricordare, tra i partigiani che lavorarono, anche dopo il 25 aprile, per la costruzione di una società più giusta, equa e libera, Giuseppe Soncini, uno dei principali fautori dei patti di amicizia con il Mozambico e con il Sudafrica, che si schierò a fianco dei popoli in lotta per la libertà da un colonialismo feroce e contro l’apartheid: domani, 26 aprile, ricorrono i 100 anni dalla nascita» ha detto. Ha parlato anche della guerra «di Trump e Netanyahu». «E’ una tragedia, non una liberazione: dobbiamo fronteggiare tutti insieme, con forza, questi nemici della pace, questa “manciata di tiranni”, come li ha definiti Papa Leone XIV».