I pediatri contro la Riforma Schillaci: «Disastrosa, si mina il legame di fiducia medico-paziente». Ecco cosa cambia
L’allarme di Elena Ferrari e Roberto Sacchetti della Fimp: «Mette al centro le Case di comunità prima dei bisogni clinici: a rischio la qualità del servizio»
Reggio Emilia «Una riforma disastrosa per le famiglie, che cancella il rapporto di fiducia costruito con i pediatri». È un grido di allarme quello che arriva da Elena Ferrari pediatra in servizio a Reggio Emilia e segretaria provinciale della Federazione Italiana Medici Pediatri e dal segretario regionale Roberto Sacchetti. Sotto accusa c’è la prima bozza del riordino della medicina generale e della pediatra di libera scelta; una riforma, quella del ministro Orazio Schillaci, incentrata sulle Case delle Salute, finanziate dal Pnrr. Alla base della contrarietà dei pediatri di libera scelta rappresentati dalla Fimp c’è proprio quello che definiscono un «errore metodologico di fondo» ossia: «anteporre le strutture al bisogno clinico». Strutture alle quali i pediatri dovrebbero destinare ore del proprio servizio - ancora non si sa quante – sottraendole ai piccoli pazienti in studio. Un’altra misura contestata è quella, poi, che introduce un “doppio canale”. Accanto alla convenzione tradizionale, infatti, la riforma prevede la possibilità per medici di famiglia e pediatri di diventare, in modo selettivo, dipendenti del Servizio sanitario nazionale per svolgere attività nelle Case della Comunità. Una rivoluzione che rischia di cambiare profondamente uno dei capisaldi del sistema sanitario pubblico del Paese.
Legame medico-paziente
«Questa riforma mina il rapporto di fiducia tra medico e paziente, che è fondamentale e che viene anche prima del farmaco - sottolinea la dottoressa Ferrari –. Il pediatra conosce il bambino e la famiglia fin dalla nascita, sa come consigliare e indirizzare il proprio assistito anche sulla base di questa storia. Un legame non banale, che si costruisce e consolida nel tempo e che rischia di venire cancellato a favore del rapporto paziente-struttura, dove il paziente non vede più il suo medico, ma chiunque che elargisce una prestazione». «C’è rammarico profondo - evidenzia il dottor Sacchetti – perché si è scelto di anteporre le Case della Comunità: con il Pnrr si è investito fortemente sulle strutture, pochissimo sulle figure professionali e quasi niente sui nostri studi, che sono il primo punto di accesso ai servizi sanitari. Si è creato un paradigma e ora lo si vuole riempire, con professionisti che già fanno fatica con un numero di pazienti enorme e una mole importante di richieste». «Pensare che a un certo punto, con questa riforma, si possano avere più pazienti e allo stesso tempo più tempo da dedicare è irrealistico - sottolinea - I tempi a disposizione, rispetto ai bisogni, dovranno necessariamente essere compressi, sia come durata sia come qualità. Questa riforma è contro l’interesse della popolazione. Noi siamo convinti che ci metterà di fronte a scelte difficili: a quanto tempo dedicare ai nostri pazienti».
Le Case di Comunità
Ma perché questa virata? «Il dato è che, a marzo, il numero di Case della Comunità costruite a livello nazionale è fortemente disequilibrato: al Centro-Sud pochissime, al Nord molte di più. Di fatto sono state realizzate tante strutture, ma il livello di occupazione dei medici è molto basso, intorno al 4% - va avanti Sacchetti -. Questo è anche un problema amministrativo importante: il Pnrr richiede una rendicontazione e le Case della Comunità devono funzionare, ma non si può pensare di riempirle in questo modo». «Accettiamo il confronto per capire cosa si può fare per garantire un servizio migliore alla popolazione. Ma così come è pensata, questa riforma non è concordata e non la vediamo favorevolmente, perché rischia di metterci davvero in difficoltà nel garantire la qualità del servizio che abbiamo sempre assicurato alle famiglie» confida. «Il medico oggi prepara l’agenda degli appuntamenti praticamente per l’intera giornata, spesso anche per il pomeriggio, e dedica almeno 4 ore al telefono di contattabilità e per fissare visite e venire incontro alle esigenze delle famiglie: permettere l’accesso quando mamma e papà sono fuori dal lavoro, quando il bambino non ha impegni. Organizzare tutto questo richiede tantissimo tempo, spesso senza personale in studio. È un impegno di qualità che non può essere garantito pensando che possiamo avere anche un debito orario importante da svolgere altrove - puntualizza - . Parliamo di autonomia professionale: non è solo un principio che riguarda il medico, ma è ciò che consente a un buon medico di organizzare al meglio la propria attività a favore dei suoi assistiti. Ed è proprio questo che rischia di venire meno». «Questo rapporto è anche un collante tra medico e famiglie, qualcuno lo ha definito un collante della comunità: uno degli ultimi baluardi di un rapporto gratuito e di fiducia. Minarlo, anche solo parzialmente, senza sapere quali conseguenze potrà avere, è un rischio» conclude il medico parlando della riforma.
Medici dipendenti
C’è poi il tema del “doppio canale”, la possibilità prevista dalla bozza di riforma di diventare dipendenti del servizio sanitario. Ma sul punto, la dottoressa Ferrari è categorica: parla di una scelta, che è una scelta d’amore. «Il rapporto con i pazienti – soprattutto nei casi di malattia cronica – diventa strettissimo: si entra quasi in famiglia, si accompagnano tutte le scelte che devono essere fatte. La cronicità è molto pesante, soprattutto quando riguarda un figlio. In questi casi il pediatra di famiglia ha un valore inestimabile - racconta -. Tutti i colleghi che lavorano all’estero mi chiamano e mi dicono: “Non sono mai riuscito a vedere il pediatra”. Non esiste una specialistica gratuita sul territorio per i bambini come da noi. Noi siamo liberi professionisti in un regime particolare, parasubordinato: paghiamo lo studio, la segretaria, le ferie, la malattia. È ovvio che certe proposte sembrano uno “specchietto per le allodole”: ti dicono che avrai tutele come la malattia mentre noi a volte andiamo a lavorare con la febbre se non troviamo un sostituto per non interrompere il servizio. Ma se fosse quello l’interesse avremmo fatto scelte diverse. Non mi interessa fare un numero di prestazioni, mi interessa curare le persone. Invece, ora, abbiamo la sensazione che questo non sia più al centro. Mi sento offesa e amareggiata». La Fimp chiede lo stop all’iter legislativo e l’istituzione di un tavolo tecnico. «E fare sapere alle famiglie cosa rischia di accadere» concludono Ferrari e Sacchetti. © RIPRODUZIONE RISERVATA