Quattro (ottimi) motivi per cui la principessa del Galles è più vicina al modello reggiano di quanto si pensi
Dalla scelta del luogo dove vivere, all’educazione fino alla moda: Kate Middleton continua a incarnare un’idea quasi ostinata di normalità
Reggio Emilia Kate Middleton e Reggio Emilia. In apparenza il più improbabile degli accostamenti trova in realtà più punti di contatto di quanto, almeno un mesetto fa, si potesse immaginare.
La principessa borghese
Sin dal matrimonio reale del 29 aprile 2011, Kate è stata percepita come la figura che ha reso più “vicina” la famiglia reale britannica. Origini borghesi, famiglia solidissima, educazione universitaria, interessi artistici e abitudini sobrie: il background della futura regina è ben distante da Buckingham Palace. C’è infatti qualcosa di profondamente anti solenne e interessante nel fascino di Kate Middleton. Ed è proprio questo il punto. In un’epoca in cui le figure pubbliche sembrano tutte vivere sospese seguendo uno storytelling da copertina, la principessa del Galles continua a incarnare un’idea quasi ostinata di normalità. Non quella costruita ad arte dai social, ma quella di provincia che a conti fatti ci appartiene: campagna, sport, vita all’aria aperta e cibo genuino.
Kate del resto arriva da lì. Non dall’aristocrazia secolare, ma da quella provincia inglese ordinata, discreta e solidissima che nel Regno Unito rappresenta ancora una specie di spina dorsale culturale. Un mondo borghese, educato, senza eccessi, e soprattutto lontano dall’idea di mondanità permanente che accompagna la famiglia reale. Avendo continuato a vivere la campagna inglese e a coltivare il simbolismo legato alla tradizione, Kate è riuscita a costruire una figura pubblica tanto popolare quanto rassicurante.
Negli anni, mentre la monarchia britannica attraversava crisi, scandali e alimentava i media mondiali con interviste esplosive e narrazioni di guerre intestine, Kate con discrezione e intelligenza ha scelto la traiettoria opposta: meno esposizione, zero eccessi e un controllo pressoché totale della vita privata, anche e soprattutto nel momento più difficile, quello della malattia.
Una scelta che racconta molto del modello cui si ispira. La campagna, nella letteratura britannica e non solo, va oltre il luogo geografico: è un’idea di equilibrio contraria a quella del caos della metropoli londinese e del rumore mediatico. Anche le scelte familiari dei principi del Galles sono andare in quella direzione. Adelaide Cottage, la residenza a Windsor scelta nel 2022 da William e Kate – relativamente raccolta, vicina alla scuola dei figli e immersa nel verde – è tutto fuorché una magione.
Ai tempi, la decisione del trasloco da Kensington Palace aveva sorpreso ma, scegliendo una piccola realtà, i principi avevano indirettamente dichiarato di aver messo al centro la famiglia e di volerla far vivere a ritmi più normali. In fondo, il successo simbolico di Kate Middleton sta anche qui. Nell’aver trasformato la “provincia” inglese in un elemento di modernità invece che in qualcosa di obsoleto. Ed è forse questa la sua vera forza comunicativa: rappresentare un’idea di regalità che non vive sopra la vita quotidiana, ma l’accompagna. Con discrezione e modi impeccabili, certo, ma anche con quella normalità che alle nostre latitudini conosciamo bene.
L’educazione
Ciò che porta oggi Kate nella provincia italiana è il suo interesse per il Reggio Approach, il metodo educativo nato nelle scuole comunali reggiane del dopoguerra fondato sull’ascolto, sulla creatività e sull’idea che il bambino sia portatore di cento linguaggi. Un metodo che ha esercitato sulla principessa un fascino evidente ed è facile comprenderne il motivo. Al contrario di un sistema sociale e culturale ancora gerarchico come quello britannico, il Reggio Approach propone una pedagogia della relazione: l’adulto non più “sovrano” del sapere, ma interlocutore stimolante del bambino. Un principio che, trasportato fuori dalla scuola, assume quasi una valenza politica.
Attraverso la Royal Foundation Centre for Early Childhood, la principessa del Galles ha insistito soprattutto su un punto: i primi anni di vita non sono un periodo marginale dell’esistenza, bensì il momento in cui si formano linguaggio emotivo, fiducia, capacità relazionale. È rivoluzionario che una rappresentante dell’istituzione più ritualizzata d’Europa - moglie e madre di futuri sovrani - metta da parte l’eccezionalità della nascita e scelga di investire capitale simbolico puntando sull’idea di sviluppo armonico dei bambini, sostenendo che è grazie a questo che si può arrivare a determinare nel profondo il futuro di una società.
Narrazione per immagini
Kate sbarca oggi nella città di Fotografia Europea. E non solo. Reggio è città di immagini, grafica e, in modo forse meno evidente, comunicazione sociale. Kate è una fotografa. La fotografia è stata una delle prime passioni già dai tempi degli anni universitari a St. Andrews. Nella sua (brevissima) vita lavorativa prima del matrimonio reale, ha scattato le foto per il sito di Party Piece, l’azienda dei Middleton. Ora cura personalmente i ritratti ufficiali dei figli e detta lei stessa la narrazione visiva della sua famiglia. Una narrazione che mai cerca la viralità immediata, puntando invece su una forte coerenza visiva fatta di natura, serenità e colori soft. È una comunicazione sì molto britannica nei suoi contenuti, ma anche estremamente moderna, accostabile a modelli a noi molto vicini, perché costruita sulla ripetizione coerente di codici visivi riconoscibili nella loro calma sobrietà, che spesso sottendono significati sociali.
La moda
E un codice assolutamente identificativo cui la principessa si affida è l’abbigliamento tramite il quale ha da sempre lanciato il suo messaggio di serena autorevolezza, omaggiando sistematicamente i paesi che la ospitano. Il suo stile sobrio, elegante e mai eccessivo riesce a non risultare banale nonostante l’essenzialità delle linee e la coerenza della palette cromatica. Uno stile...Max Mara, in ultima analisi. Fedele agli stilisti britannici, di cui è diventata di fatto la miglior testimonial a livello mondiale, Kate sa sconfinare ad arte anche altrove. Negli anni ha dimostrato di apprezzare i cappotti della maison di moda reggiana, indossati più volte in occasioni ufficiali, e presenti anche nel quotidiano, come mostrano alcune immagini “rubate” mentre porta a scuola i figli.
Da quanto trapela, nella sua due giorni reggiana indosserà almeno un capo Max Mara e omaggerà indirettamente il Tricolore, sposando ancora una volta un forte linguaggio metaverbale.
Leaderhip femminile
Kate rappresenta una leadership fondata su ascolto e mediazione: i biografi parlano da tempo di un ruolo cruciale della principessa negli equilibri familiari dei Windsor. Ma pure nel lato pubblico Kate incarna un modello di leadership ben distante da tante storiche donne di potere britanniche, su tutte Margaret Tatcher, ma anche, all’opposto, dalla fragilità esibita e soggiogante della suocera mancata, Lady Diana. La presenza pubblica di Kate si fonda infatti su misura e mediazione. La principessa non cerca mai il protagonismo assoluto e, pur senza invadere la scena, riesce a mostrare una fortissima autorevolezza, anche quando è al fianco del marito William o di re Carlo. Il suo è un modello che, in modo sorprendente, dialoga bene anche con la cultura civica di Reggio Emilia.
La storia reggiana è profondamente legata al cooperazione, alle reti sociali, alla costruzione paziente di comunità. Qui il concetto di leadership non è mai stato soltanto verticale o individuale, ma condiviso, pragmatico, fondato sulla capacità di tenere insieme interessi anche differenti. Una tradizione in cui il ruolo femminile è stato decisivo, anche se forse non sempre visibile in superficie. Kate Middleton - e non è una forzatura - comunica qualcosa di simile. In tempi dominati dall’iper-esposizione e dalla leadership urlata, la principessa del Galles rappresenta l’idea che si possa guidare anche attraverso la continuità, la credibilità, la compostezza. Non una leadership che ha bisogno di essere continuamente ribadita: in lei, al contrario, la forza nasce dalla capacità di ascoltare, di tenere insieme, di dare stabilità. Ed è un linguaggio che Reggio Emilia conosce molto bene e da molto tempo.
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