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Diga di Vetto, scoperta una grotta vicino al futuro invaso: «Servono indagini»

Jacopo Della Porta
Diga di Vetto, scoperta una grotta vicino al futuro invaso: «Servono indagini»

Gli speleologi l’hanno esplorata pochi anni fa e i geologi l’hanno citata nelle loro osservazioni al Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali

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Vetto Nell’area dove si vuole costruire la diga di Vetto c’è una grotta recente e chi si occuperà del progetto dell’invaso dovrà tenerla in debito conto. Gli speleologi l’hanno esplorata pochi anni fa e i geologi l’hanno citata nelle loro osservazioni al Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali. È un aspetto che però è rimasto fino ad ora in secondo piano rispetto ad altre considerazioni, come quelle sul rischio frane, che invece avevano generato un ampio dibattito.

Ieri Miki Ferrari, vicepresidente del Gruppo Speleologico e Paleoetnologico Gaetano Chierici di Reggio Emilia, ne ha parlato al seminario organizzato dall’Ordine dei Geologi dell’Emilia-Romagna dal titolo “Diga di Vetto: osservazioni al Documento di fattibilità delle alternative progettuali”. «Abbiamo presentato la cavità chiamata “Giulia da Neda”, che tecnicamente è una diaclasi tettonica - dice Ferrari - una fenditura della montagna, come se una parte si fosse allargata rispetto al resto. È una fessura stretta, larga da uno a due metri, con una profondità percorribile di circa 35-40 metri. Nella parte finora esplorata dagli speleologi la cavità si sviluppa per circa 100 metri all’interno della montagna. Verosimilmente la frattura prosegue oltre. Osservando le evidenze superficiali si nota infatti un allineamento di fratture che in alcuni punti assume quasi l’aspetto di una trincea e si estende per circa mezzo chilometro. La cavità è stata esplorata circa 7-8 anni fa ed è censita nel catasto regionale e nazionale delle cavità».

La frattura si trova nel territorio di Scurano, nel comune di Neviano degli Arduini, in una località chiamata Neda, sul versante parmense della Val d’Enza, a una quota di 510 metri sul livello del mare. Il nome Giulia è in onore della nonna di Miriam, la speleologa che l’ha esplorata. «La cavità (un buco al suolo prima molto piccolo, adesso di un metro di diametro) - si legge in una slides mostrata ieri - è stata scoperta da mia nonna andando a funghi, lei viveva nei boschi e li perlustrava al centimetro. Aveva provato a lanciare un sasso dentro e lo sentiva cadere senza mai sentirlo toccare il fondo. Me ne parlava da qualche anno e quando ho finito il corso di speleologia ho deciso di tentare quell'esplorazione per dare soddisfazione alla sua e alla mia curiosità».

Abbiamo chiesto al presidente regionale dell’Ordine dei Geologi Fabrizio Giorgini una valutazione su questa grotta e sui possibili rischi per la diga. «Nel corso delle verifiche e dell’analisi della documentazione è emerso, anche grazie al catasto delle cavità, questo elemento – dice Giorgini alla Gazzetta –. Attraverso una semplice ricerca bibliografica è saltata fuori. Non siamo in un contesto carsico e quindi non si tratta della classica grotta di interesse speleologico. Per noi geologi invece, per come è fatta e per dove si trova, è diventata un elemento da approfondire. Questa struttura si trova infatti in prossimità della cosiddetta stretta di Vetto. La normativa prevede che in prossimità del manufatto non ci siano elementi di debolezza. Se ci sono, devono essere messi in sicurezza. Questo aspetto non era emerso nel dibattito pubblico e solo grazie agli approfondimenti svolti durante le osservazioni è venuto alla luce».

Il presidente Giorgini ha ribadito anche ieri ai sostenitori della diga, un concetto importante. «Noi non diciamo diga sì o diga no. Diciamo che questa struttura è una debolezza che va studiata. Non siamo nelle condizioni di dire cosa sia esattamente e quali effetti possa avere, ma essendo in prossimità della futura diga è fondamentale approfondirla. Non sappiamo cosa ci sia sotto. Dieci anni fa questa apertura era larga circa trenta centimetri, oggi è arrivata a un metro. Gli speleologi hanno esplorato una profondità di circa trenta metri, poi si sono fermati. In fondo era stato segnalato un rigagnolo d’acqua. Dove va quell’acqua? Non lo sappiamo. Il nostro ruolo, lo ribadisco, è tecnico e abbiamo segnalato questi aspetti a chi dovrà occuparsi della progettazione». 

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