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Kate Middleton a Reggio Emilia, l’alfabeto della visita della principessa: da “G” di Gatto a “P” di… Phon

Kate Middleton a Reggio Emilia, l’alfabeto della visita della principessa: da “G” di Gatto a “P” di… Phon

Ripercorriamo il back stage di una città che ha radunato tutte le sue forze e competenze per presentarsi al meglio agli occhi del mondo

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Reggio Emilia Come fa una città a prepararsi all’arrivo di una principessa? Fino a un mese fa Reggio Emilia non lo sapeva, e se a qualcuno fosse passato per la mente di chiederlo, sarebbe passato per matto. Ora che la principessa Catherine se ne è andata, con promessa di tornare, ripercorriamo il back stage di una città che ha radunato tutte le sue forze e competenze per presentarsi al meglio non solo alla Casa Reale ma a quell’inimmaginabile - visto da qui - seguito mediatico che tutti abbiamo potuto vedere in questi due giorni.

A come Annuncio: il 6 di maggio tutti gli organi di informazione pubblicano che Kate ha scelto, per il suo primo viaggio internazionale dopo la malattia, le scuole e i nidi di Reggio Emilia. Ai pochi che da tempo sanno della visita, Ambasciata e Kensington Palace ribadiscono come un mantra: «Se la notizia esce prima, è un guaio che mette a rischio la visita». Qualcuno, tra Comune, Istituzione e Reggio Children, comincia a non dormire più la notte.

B come Buckingham Palace. Chi non vive appollaiato sulla spalla dei reali presume che i contatti saranno tra Reggio Emilia e quel Buckingham Palace che il Mr Smith di tutti i libri di inglese indica sempre come meta, prima di insegnare "turn left, go ahead, turn right". Londra e l’Ambasciata correggono. A Buckingham Palace ci sta Carlo; qui i contatti saranno con Kensington Palace, dove sono tutte donne, gentilissime, inglesissime. Capirle in call è un problema.

C come Catherine. «Mi chiamo Catherine», dice la Principessa a Camilla, bambina della scuola Diana in piazza Prampolini. Camilla non la prende bene, perché si aspettava Kate.

D come Donne. In sala Rossa, trasformata in salottino su richiesta del cerimoniale di corte, si svolge uno dei momenti clou. Kate vuol sapere del ruolo delle donne in questa storia. Ione Bartoli racconta della vendita dei residuati bellici per costruire la scuola 25 Aprile di Cella. Carla Nironi ricorda l’occupazione della Villetta e la scommessa di accogliere a scuola i bambini con disabilità, quando ancora nessuno lo faceva. Eletta Bertani ripercorre la lunga strada fino alla nascita di Reggio Children nel 1994. L’assessora Marwa Mahmoud racconta il sistema 0-6 di oggi, il sindaco Marco Massari traccia il filo che lega tutto: la visione di Loris Malaguzzi, il bambino come portatore di diritti, la scuola come bene comune. Momento thriller nel recupero delle signore: Carla Nironi, «suonavamo all’Eletta e non rispondeva, abbiamo rischiato di non arrivare».

E come Erbazzone. Ripetuti tentativi di farlo assaggiare alla Principessa. Ci riesce, per prima, la cuoca della scuola Anna Frank. Catherine tenta di affrontarlo con coltello e forchetta; la soccorre l’insegnante Elisa: «noi lo mangiamo con le mani». Stessa scena, qualche ora dopo, con il gnocco fritto - che però, essendo proposto in terra parmense, tocca chiamare torta fritta.

F come Frank. Alla scuola Anna Frank il gruppone di bambine e bambini in attesa della foto ricordo scandisce «RE-GA-LO, RE-GA-LO»: sono impazienti di consegnare il fiore e la pubblicazione preparata per lei. Poi la domanda semplice ed enorme di un bambino, quella che nessun adulto si è azzardato a fare: «Tornerai?». «Certo», risponde lei.

G come Gatto. In uno delle decine di gruppi WhatsApp preparatori, tutti intitolati #visita reale - quindi con una possibilità di creare incidenti diplomatici enormi - la domenica comunicano di aver provveduto, con l’aiuto dell’Enpa, allo spostamento della cuccia del gatto, perché il passaggio reale non lo infastidisca. Gattare e gattari in chat ringraziano.

H come Hurrà. Grida di giubilo da parte di cittadine e cittadini, al passaggio della Principessa. Terrazzini in posizione strategica in zona Rosta Nuova, che ricordavano le finestre di piazza del Campo durante il palio o, per stare qui in zona, le finestre intorno al vecchio Mirabello, quando la Reggiana giocava in casa.

I come Inimmaginabile. Commento ricorrente di fior di inviati britannici, nazionali e internazionali, tutte le volte che mettevano piede in una delle scuole al seguito della Principessa.

L come Lupo. Così, in italiano, si chiamava un cane di Catherine. «Non perché fosse grande, ma perché aveva una grande personalità». Il dettaglio esce nell’atelier della scuola Anna Frank, mentre i bambini elencano alla Principessa le parole legate al vento - e qualcuno, evidentemente e chissà in seguito a quali associazioni ha scritto "lupo".

M come Mani. «Pensare con le mani», dice la filosofia del Reggio Approach. Le mani della Principessa plasmano la creta nell’atelier, senza esitazioni. Poi però arriva il momento dei saluti, e le partecipanti - di Reggio Children e dell’Istituzione - si guardano in panico: come si stringe la mano a un’altezza reale quando la propria è piena di creta? Catherine taglia corto su tutte e tutti: «Sono una madre».

N come Natura. Certamente uno degli interessi principali di questo viaggio. L’atelierista Stefano Sturloni spiegava l’importanza di lasciare spazio anche alla natura selvaggia e di cercare un dialogo tra «progettualità umana e progettualità della natura». E guadagna molti punti.

O come Obiettivi. Catherine vive obiettivi e telecamere con un certo disagio. I più informati raccontano che un tempo non era così, e che avvicinava volentieri la stampa. Ora, pur nel suo aplomb reale, sembra molto più a suo agio con i bambini che con i microfoni. La stampa nazionale ne prenda atto.

P come Phon. Quando alla scuola Allende il cielo inizia a gocciolare sulla Principessa, immersa nel parco e catturata da Stefano Sturloni che la ammalia su tritoni e sostenibilità, lei non se ne accorge nemmeno. Il suo staff sì, e inizia, nel corso dei due minuti più lunghi della visita, una spasmodica caccia ad un phon. Lo recupera un’ausiliaria della scuola, che entra trionfalmente in atelier accolta da sorrisi e sospiri, come uno scampato pericolo. Il phon, alla fine, non servirà.

Q come Queen. Proiettiamoci nel futuro, immaginiamo l’incoronazione dell’attuale Principessa. Quanti reggiani, se esisteranno ancora i social, tireranno fuori la foto di loro in braccio a Kate?Rane. Grande attenzione della Principessa al racconto a bordo stagno della scuola Allende, dove pare che un numero spropositato di rane gracidino così forte da sentirsi anche nei condomini adiacenti.

S come Sogni. "Dreams", ovvero sogni, è la parola che la Principessa ha lasciato all’Atelier della scuola Anna Frank, quando le hanno chiesto di donare una parola a Reggionarra. La scritta si vedrà durante la parata di venerdì 22.

T come Transenne. Tante, forse tutte quelle disponibili. Disposte con precisione la mattina presto, dopo il passaggio della Principessa vengono ritirate: la città torna a essere senza confini.

U come Uva. Era nello spuntino di benvenuto che attendeva la Principessa al Centro Internazionale Loris Malaguzzi, preparato da Pause Atelier dei Sapori. Frutta per non inzaccherarsi le mani, assieme alla torta di riso. Ha vinto la torta di riso.

V come Viaggi. Rapita dagli atelier la Principessa ha raccontato di aver allestito a casa sua una stanza-atelier per i suoi figli, con materiali naturali raccolti durante i viaggi.

Z come Zaffiro. Quello sull’anello al dito di Catherine, lo stesso che era di Diana. È rimasto a Reggio per due giorni, e con lui tutto il resto: l’idea che una città piccola possa parlare al mondo intero a partire dai suoi bambini e bambine. La promessa di tornare, intanto, vale più di qualsiasi gemma.l© RIPRODUZIONE RISERVATA

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