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Il fratello di Alceste Campanile: «Sul delitto ci fu un depistaggio documentato»

Evaristo Sparvieri
Il fratello di Alceste Campanile: «Sul delitto ci fu un depistaggio documentato»

A Reggio Emilia il convegno sull’omicidio che Paolo Bellini solo vent’anni dopo aveva confessato di aver commesso. «La lettera dal carcere? Ciò che penso lo tengo per me»

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Reggio Emilia «Ci fu un depistaggio. Ci fu un depistaggio che è documentato». Parole nette, quelle di Mimmo Campanile, fratello di Alceste, il militante reggiano di Lotta Continua ucciso il 12 giugno 1975. Le ha pronunciate a margine del convegno “Alceste Campanile, un omicidio al centro di trame eversive”, tenuto ieri all’Aula Magna Pietro Manodori davanti a circa 300 persone: un evento promosso insieme alle amiche e agli amici di Alceste, in collaborazione con Anpi, Cgil, Istoreco e Luc. A dialogare con lui, il giornalista Giovanni Vignali, autore di “L’uomo nero e le stragi”, libro dedicato alla figura di Paolo Bellini, la Primula Nera reggiana condannata in via definitiva anche per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 e che confessò il delitto Campanile solo dopo l’arresto del 1999, oltre 20 anni dopo l’omicidio. Un delitto rimasto per decenni senza giustizia e senza verità.

E ciò che Mimmo Campanile definisce «depistaggio documentato» è stato ricostruito con precisione anche dalla Procura Generale di Bologna nel processo di primo grado ai mandanti della strage del 2 agosto. Secondo quella ricostruzione, fu il Sid — nome originario del Sismi — a mettere in campo le false piste già dal 14 giugno 1975, subito dopo il delitto, con il compito di creare una “pista rossa” e trasferire il processo lontano da Reggio. Durante il processo di primo grado sulla strage del 2 agosto, lo stesso Bellini era tornato a parlare di Campanile, quando la Procura Generale chiese conto del cambio di versione tra il 1999 e il 2005: la prima volta, da testimone di giustizia, aveva descritto l'omicidio come un fatto privato e personale; la seconda, da collaboratore, aveva esteso le responsabilità ad esponenti dell'estrema destra, descrivendo il delitto come maturato e approvato negli ambienti di Avanguardia Nazionale. Bellini in quella circostanza confermò in aula l’impianto del 2005, raccontando di aver temuto una nuova tragedia di Primavalle, di non dover essere inizialmente l’esecutore del delitto ma solo trovare un luogo idoneo, e che da una prevista lezione a bastonate si passò al piano omicida. Fu il momento in cui la Primula Nera mostrò i maggiori segni di sofferenza, abbassando il tono di voce fino a chiedere di interrompere l’esame per qualche minuto: «Campanile me lo portavo da anni, dal 1975, avendo vissuto insieme da ragazzini, giocavamo insieme. Era un bravo ragazzo, ma anch’io. Era determinato, un leader. Siamo cresciuti insieme, in me c’era sempre questo richiamo, non ero contento di avere fatto quello che ho fatto con Alceste». Per il delitto Campanile, Bellini fu riconosciuto colpevole di omicidio volontario aggravato, ma il reato venne dichiarato prescritto e le attenuanti della confessione prevalenti sull'aggravante della premeditazione.

È su questo scenario che Mimmo Campanile è tornato a parlare ieri del delitto a margine del convegno dedicato al fratello. Ha spiegato che le novità emergono dai processi stessi: in particolare proprio da quello per la strage di Bologna, in cui Bellini è stato condannato in modo definitivo. In quel processo, ha ricordato Mimmo Campanile, «si è parlato molto anche della vicenda di Alceste, tirando fuori delle cose molto importanti e interessanti che però non sono note, non sono venute fuori e poco si conoscono». Secondo il fratello di Alceste, a 51 anni dal delitto la memoria è importante perché quell’omicidio «è una vicenda che ha coinvolto Reggio Emilia più di quanto non si pensi e quindi credo sia giusto che tutti conoscano come si sono svolte le cose. Al di là di quello che si è saputo finora». Infine, sulla lettera che Bellini ha scritto dal carcere alla Gazzetta: «Sì, l'ho vista, l’ho letta. Mi associo a quello che hanno detto i familiari delle vittime di Bologna (ovvero che per Bellini è il momento di raccontare la verità, ndr). Le cose che penso le tengo per me». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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