Stragi, Paolo Bellini e l’ultimo mistero del maresciallo Paolo Oronzi: Report riaccende i riflettori su Capaci e su un possibile alias della Primula Nera
Nell’inchiesta spunta un uomo del Sismi con lo stesso nome del killer reggiano
Reggio Emilia «Il maresciallo Paolo Oronzi? Paolo Bellini, si chiama Paolo Bellini». Un’omonimia? O l’ennesimo alias dell’uomo che ha attraversato i principali misteri d'Italia? È uno degli interrogativi al centro dell’ultima puntata di Report, andata in onda domenica 24 maggio, all’indomani del 34esimo anniversario della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e magistrata Francesca Morvillo e i poliziotti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. “Le piste nere” è il titolo del servizio, firmato da Paolo Mondani in collaborazione con Roberto Persia, nel quale ci si sofferma diffusamente sulla figura di Paolo Bellini, la Primula Nera reggiana condannata in via definitiva per la strage di Bologna, che attualmente sta scontando l’ergastolo nel carcere di Padova. Ex Avanguardia Nazionale, killer della Mucciatella, sicario per la 'ndrangheta e infiltrato in Cosa Nostra nell’ambito della cosiddetta Trattativa delle opere d’arte condotta per il tramite del maresciallo Roberto Tempesta con il Ros di Mario Mori – per la quale la Primula Nera è stata recentemente archiviata a Firenze nell’inchiesta sulle cosiddette stragi in continente – Bellini è indagato per l’attentato di Capaci. Si tratta di un’inchiesta reinnescata dal respingimento della Cassazione del ricorso contro il mancato accoglimento, da parte della gip Graziella Luparello, della richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Caltanissetta.
La gip ha chiesto 43 nuovi approfondimenti investigativi, in un braccio di ferro con la Procura arrivato fino alla Suprema Corte, le cui conseguenze hanno spinto l’avvocato Luigi Li Gotti, difensore di diversi pentiti, a segnalare al Csm l’operato del procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca. La segnalazione è partita in seguito alle polemiche sollevate dalla deposizione di quest’ultimo alla Commissione parlamentare antimafia, che sta indagando sulla strage di via D’Amelio con un focus e un acceso dibattuto su quella che viene definita la pista “Mafia e Appalti”: una scelta che ha spaccato in due la commissione, divisa fra chi (soprattutto in Fdi) la considera la chiave per rileggere le stragi del ’92-’93 (puntando il dito sulla sua archiviazione) e chi, soprattutto nel M5s, propende per la pista nera. È in questo contesto che Report manda in onda la puntata sulle stragi, rilanciando da un punto di vista giornalistico proprio la pista nera e diversi spunti investigativi che accendono più di un riflettore sulla Primula Nera: i suoi legami con l’eversione neofascista e con il leader di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, i rapporti con i servizi segreti e i viaggi in Sicilia per incontrare nell’ambito della trattativa Nino Gioè, boss di Altofonte, uno degli attentatori di Capaci, vicino a servizi e massoneria, morto suicida a 45 anni nel 1993 in carcere a Rebibbia in circostanze sospette, all’indomani degli attentati di Roma e Milano del 27-28 luglio 1993.
Durante la puntata interviene anche Luigi Baratiri, autore del libro “L’intelligence degli dei”. Baratiri si racconta come agente provocatore al servizio sia del Servizio militare libico di Gheddafi sia del Sismi italiano, arrestato a Rimini a fine agosto 1992 con una valigetta contenente uranio 238, nell’ambito di un’attività di vendita – condotta per conto del servizio segreto militare italiano, con il quale collaborava – di armi e mercurio dall’ex Unione Sovietica. In un verbale, Baratiri ricorda che il suo interlocutore con il Sismi era una persona che si presentava come maresciallo Paolo Oronzi, sostenendo che questo fosse un nome di copertura di un tal Paolo Bellini in contatto con il capocentro del Sismi di Bari, colonnello Acquafredda. Omonimia? È quanto si chiede Report, che si concentra anche sulle relazioni fra Bellini – che ha avuto diversi alias nella sua carriera criminale, da Roberto Da Silva ad Aquila Selvaggia – e Delle Chiaie, sulla cui presenza in Sicilia vengono mostrati documenti. Si parla inoltre di un volo su Capaci di un aereo non identificato, ricordando che Bellini aveva il brevetto da pilota: uno degli elementi su cui la gip Luparello ha chiesto accertamenti. Nel corso delle deposizioni in numerosi processi, la Primula Nera ha sempre negato di aver conosciuto Delle Chiaie e di essere affiliato ai servizi. Ciò che le numerose inchieste hanno però ricostruito negli anni è una sua frequente presenza in Sicilia e nel sud Italia, anche nei giorni delle stragi. Come il 6 dicembre 1991 a Enna, dove alloggiò all’hotel Sicilia nei giorni e nei luoghi in cui la commissione regionale di Cosa Nostra stava pianificando gli attentati a Falcone e Borsellino e, successivamente, le stragi in continente. O come quando soggiornò a Cefalù tra l'11 e il 12 luglio 1992, una settimana prima della strage di via D'Amelio, all’hotel Kalura, nella stessa notte in cui vi soggiornava Biagio Renato Cacciolla, con precedenti specifici legati all’eversione nera. E ancora: il 27 novembre 1992, a Caltagirone, i carabinieri fermarono una Tipo con Bellini a bordo.
L'auto era condotta da Rosario Cesarotti, legato a Benedetto Santapaola. Il controllo avvenne non distante dalla casa di Pietro Rampulla, noto come l'artificiere di Cosa Nostra, condannato per Capaci e in passato aderente ad Ordine Nuovo. Fra le rivelazioni dell'inchiesta di Report, che accende i riflettori anche sui rapporti di Bellini nel Modenese, c’è la testimonianza di Rocco Cordella, un siciliano che si presenta come amico di Bellini: il padre di quest’ultimo, Aldo, e la madre sarebbero stati suoi testimoni di nozze. L'ipotesi è che Bellini da latitante abbia goduto del suo appoggio nella sua abitazione. Avvenne anche durante i giorni della strage? Intrecci oscuri da riannodare, su cui verità e giustizia restano ancora da scrivere. Nella puntata si è parlato anche dei legami fra la mafia e le cooperative rosse, con un'intervista al procuratore di Reggio Emilia, Calogero Gaetano Paci, che da sostituto procuratore a Palermo aveva condotto inchieste sugli affari nelle mani del binomio Salvo Lima-Angelo Siino. Argomenti di cui Paci aveva già parlato in Commissione antimafia, tracciando un quadro nel quale ha sostenuto che nessuno fu risparmiato da indagini e inchieste. l © RIPRODUZIONE RISERVATA
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