Il questore di Reggio Emilia dopo il fermo del 22enne per terrorismo: «Il pericolo era imminente: intervenuti prima che agisse»
Il dottor Carmine Soriente parla dell’indagine che ha portato a individuare il giovane: «Ci tengo a rassicurare i cittadini sul fatto che le forze di polizia sono presenti sul territorio con il massimo impegno e con assoluta passione»
Reggio Emilia All’indomani della convalida del fermo di polizia di Jaber Naggay, il 22enne italiano di origini marocchine con problemi di natura psichiatrica, ora in carcere, che in una chat Telegram con un presunto reclutatore dell’Isis si diceva pronto a compiere un attentato terroristico, il questore di Reggio Carmine Soriente traccia il quadro dell’indagine, delle attività di prevenzione messe in campo e del livello di attenzione sul territorio.
Quando a gennaio Naggay è rientrato in Italia dalla Germania, quali strumenti di monitoraggio e prevenzione avete attivato?
«Gli strumenti di monitoraggio tipici che si adottano nei confronti di soggetti pericolosi o che possono rappresentare un pericolo. Mi perdonerà se non entrerò nel merito, ma si tratta di attività particolarmente delicate sotto il profilo investigativo e della prevenzione».
La collaborazione con le autorità tedesche è stata costante? Che tipo di informazioni erano state condivise sul profilo del 22enne?
«All’interno del Dipartimento della Pubblica Sicurezza c’è una Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione che, nell’ambito della cooperazione internazionale, consente uno scambio di notizie utili alle indagini. Quindi, grazie a questa Direzione centrale, l’attività di monitoraggio e prevenzione è stata svolta in costante raccordo con le autorità interessate».
In casi come questo, in cui la persona coinvolta presenta anche una fragilità psichiatrica importante, come emerge da due precedenti perizie richiamate nell’ordinanza di convalida del fermo, in che modo si riesce a conciliare la tutela della sicurezza pubblica con la necessità di gestire situazioni di particolare vulnerabilità personale?
«Se è presente una fragilità psichiatrica importante lo stabilirà eventualmente una perizia che potrà essere richiesta nel corso del procedimento. Quello che a noi interessa – ed è dimostrato dagli elementi raccolti nell’ambito delle indagini – è che il soggetto, in questo momento, fosse in una fase di progettazione e preparazione di un attentato. L’aspetto clinico, naturalmente, lo lasceremo alle valutazioni degli specialisti competenti».
Dunque ritiene che ci fosse un pericolo concreto e imminente?
«È evidente da quanto accaduto: al fermo eseguito dalla polizia è seguita la convalida da parte dell’autorità giudiziaria. Gli elementi raccolti nel corso delle indagini sono stati valutati prima dal pubblico ministero e successivamente dal giudice per le indagini preliminari, che li ha ritenuti concreti e consistenti».
Si tratta di un caso isolato oppure sul territorio reggiano ci sono altre persone monitorate per possibili rischi di radicalizzazione jihadista?
«Mi permetterà di non rispondere a questa domanda, non posso...».
Quanto compiuto lo scorso 19 maggio a Modena da Salim El Koudri, il 31enne che si è lanciato con la sua auto sulla folla in centro storico, ha lasciato una scia emotiva importante anche qui a Reggio. Dopo quei fatti avete rafforzato le misure di controllo e prevenzione sul territorio?
«C’è stata una coincidenza di fatti avvenuti a distanza di pochi chilometri, ma le nostre attività sono costanti e quotidiane: il lavoro della polizia si basa sulla prevenzione, sull’indagine e sul monitoraggio continuo del territorio e delle situazioni a rischio. Nel caso di Modena, purtroppo, le conseguenze sono state tragiche; a Reggio, invece, per fortuna siamo riusciti a intercettare il soggetto prima che potesse concretizzare i propri propositi. Sicuramente quello di Reggio è un fatto grave, ma siamo riusciti a intervenire grazie al lavoro della Digos e degli investigatori della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione. Mi consenta però di rivolgere un ringraziamento anche alla Procura della Repubblica di Reggio e alla Direzione Distrettuale antimafia e antiterrorismo di Bologna per il coordinamento. Vorrei sottolineare, inoltre, l’importanza del lavoro di squadra tra le forze di polizia. La sera del fermo del 22enne, tramite la sala operativa, abbiamo immediatamente diramato a tutte le pattuglie presenti sul territorio la richiesta di rintracciare il soggetto. Avevamo localizzato la sua presenza in una determinata zona e la prima pattuglia a individuarlo è stata quella della polizia locale; contestualmente sono intervenute anche le Volanti e la Digos».
In vista degli eventi estivi alla Rcf Arena, adotterete misure particolare antiterrorismo?
«Ci attendono impegni molto gravosi, ma il livello di attenzione sarà, come sempre, massimo. Adotteremo tutte le misure che, sulla base del monitoraggio, saranno ritenute necessarie: potremmo prevedere dispositivi ancora più blindati oppure alleggerire alcuni servizi. La sicurezza non è una scienza esatta, ma un lavoro continuo di analisi e prevenzione. L’impegno messo in occasione della visita della principessa Kate Middleton, così come quello che ha portato al fermo di questo cittadino italiano di seconda generazione, dimostra che l’attività degli uffici investigativi è ai massimi livelli».
Quale messaggio si sente di rivolgere oggi ai cittadini reggiani, anche per evitare allarmismi?
«Ci tengo a rassicurare i cittadini sul fatto che le forze di polizia sono presenti sul territorio con il massimo impegno e con assoluta passione. Sul campo ci sono intelligenze investigative importanti. Lo ribadisco, l’impegno che mettiamo è massimo». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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