Emergenza caldo, stop alle attività all’aperto tra le 12.30 e le 16, aree di riposo. Ecco cosa chiedono i sindacati
Reggio Emilia: Cgil, Cisl e Uil insieme chiedono inoltre alla Regione Emilia-Romagna di emanare con urgenza un’ordinanza. «Il caldo non è un disagio stagionale da sopportare in silenzio»
Reggio Emilia «Non si può aspettare il primo malore, il primo accesso al pronto soccorso, il primo infortunio grave per ricordarsi che il caldo è un rischio vero nei luoghi di lavoro. Regione, Istituzioni locali e associazioni datoriali devono intervenire subito». La richiesta arriva da Davide Mariotti (Segretario Cgil Reggio Emilia), Domenico Chiatto (Segretario generale aggiunto di Cisl Emilia Centrale) e Alex Scardina (Coordinatore Uil Reggio Emilia), unitamente alle categorie dei lavoratori edili rappresentate da Andrea Costi (Segretario Fillea Cgil), Davide Martino (Segretario Generale Filca Cisl Emilia Centrale) e Giulio Nota (Coordinatore Feneal Uil).
«Il caldo non è un disagio stagionale da sopportare in silenzio. È un fattore di rischio che va valutato, prevenuto e gestito come tutti gli altri rischi per salute e sicurezza», dichiarano i sindacati confederali e di categoria. Le alte temperature possono provocare disidratazione, colpi di calore, svenimenti, aggravamento di patologie cardiovascolari e respiratorie, aumento di errori e incidenti. Il rischio riguarda edilizia e lavori stradali, agricoltura e florovivaismo, logistica, magazzini e grande distribuzione, industria metalmeccanica e fonderie. Ma entra anche in capannoni, cucine industriali, pulizie, assistenza domiciliare e servizi alla persona, dove spesso si lavora in ambienti non raffrescati, mezzi non climatizzati o con Dpi che appesantiscono il lavoro. «Chi lavora sotto il sole, dentro un magazzino rovente, in una cucina, in una fonderia o con Dpi inadatti al caldo non può essere lasciato solo. La salute non è una variabile di aggiustamento della produttività», proseguono Cgil, Cisl e Uil.
Cosa chiedono
I sindacati chiedono a Confindustria, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Coldiretti, Confagricoltura e a tutte le organizzazioni di categoria di aumentare l’impegno verso le imprese associate. Servono misure concrete: rimodulazione degli orari, con stop alle attività all’aperto tra le 12.30 e le 16 nelle giornate con allerta caldo 2 e 3; acqua fresca e gratuita; aree di riposo ombreggiate o climatizzate; aggiornamento del Dvr sullo stress termico; formazione su sintomi del colpo di calore e primo soccorso; indumenti traspiranti e Dpi adeguati; sorveglianza sanitaria rafforzata per over 55, donne in gravidanza e lavoratori con patologie croniche. «Non servono dichiarazioni generiche. Servono procedure scritte, responsabilità chiare, controlli veri e accordi applicabili azienda per azienda – sottolineano, ancora, i sindacati –. Serve un’intesa sul protocollo provinciale sui picchi di calore».
Cgil, Cisl e Uil chiedono inoltre alla Regione Emilia-Romagna di emanare con urgenza anche per il 2026 un’ordinanza contro il rischio da calore, il prima possibile, con obblighi chiari per lavorazioni all’aperto e attività più esposte e con la sospensione delle attività lavorative dalle ore 12:30 alle ore 16 valorizzando indici di rischio e monitoraggio.
Il decreto legislativo 81 del 2008 impone ai datori di lavoro di valutare tutti i rischi, compresi quelli climatici. Davanti a rischi conosciuti e prevedibili, non intervenire significa assumersi una responsabilità pesantissima. Le organizzazioni sindacali sono disponibili ad aprire un confronto con associazioni datoriali, Provincia, Comuni, Ausl e Ispettorato, anche attraverso il tavolo territoriale dedicato a salute e sicurezza: «Vogliamo evitare che ogni estate si riparta da zero. Il cambiamento climatico è già entrato nei luoghi di lavoro. La risposta deve entrare nei contratti e nell’organizzazione del lavoro»af.
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