Morto nel Crostolo, il dolore della madre del 14enne: «Pensavo fosse a scuola». Un anno fa il padre colpito da un ictus: è ancora ricoverato
Reggio Emilia: amici e parenti a casa della donna dopo l’incidente. Kojo Henry Tawia amava giocare a calcio e voleva fare il perito elettronico
Reggio Emilia «Ero convinta che mio figlio fosse a scuola. Gli avevo chiesto se voleva andarci, lui ha risposto di sì. Alle 7.30 è uscito, io sono rimasta a casa. Fino a mezzogiorno, quando mi ha telefonato la polizia dicendo che era successo un incidente». Così Joy, la mamma del 14enne Kojo Henry Tawia – il ragazzo di 14 anni morto dopo un tuffo nel Crostolo, a Rivalta, sabato mattina - ha riferito tramite la zia tra i singhiozzi, chiusa in una stanzetta nell’appartamento al secondo piano di via Paradisi, dove ieri pomeriggio si è riunita nel dolore la comunità ghanese.
«Non sapevo che fosse andato lì, non so nemmeno con chi fosse andato», è l’unica frase che riesce a pronunciare la donna. Il resto lo raccontano la zia in lacrime, insieme ad un rappresentante dell’associazione Ghanaian Intelligent Club (della quale la madre fa parte) e ad un pastore della chiesa evangelica, che il ragazzo frequentava con regolarità. «Aveva intenzione di entrare in classe: non sappiamo cosa sia successo dopo, insieme alla polizia occorre analizzare il suo cellulare e i messaggi scambiati prima delle 8», per capire com’è nata la decisione di andare al Crostolo e come si è dato appuntamento il gruppo di studenti, che pare non frequentino la stessa scuola. «Era la prima volta che andava lì. Di certo ha sbagliato, doveva avvisare la mamma. Ma non avrebbe dovuto pagare un prezzo tanto alto», prosegue la zia. «L’acqua è ancora fredda e lui non sapeva nuotare: chissà come li è venuto in mente – interviene il presidente dell’associazione – Pare che gli amici abbiano commentato il video e si siano galvanizzati a vicenda: “Bello, andiamo lì”. La madre non si capacita dell’accaduto, non si meritava anche questo dolore. Tutti noi, parenti e conoscenti, siamo qui per portare il conforto della comunità ghanese in questo momento di lutto».
La famiglia vive in città da quasi vent’anni. Un nucleo familiare già colpito duramente dalla malasorte: l’anno scorso il padre Frimpong Tawia è stato colpito da un ictus, un’emorragia cerebrale che ha lasciato pesanti ripercussioni neurologiche e fisiche, tanto che da allora l’uomo è ricoverato in una struttura sanitaria a Cadelbosco Sopra. L’altra figlia della coppia è rimasta in Ghana. Quindi Kojo era come un figlio unico: era la luce della mamma, che non lo perdeva mai di vista. Il 14enne frequentava il primo anno dell’istituto professionale Nobili: non la sede centrale in via Makallè bensì la succursale situata dietro alla Filippo Re (ex Lombardini) di via Trento e Trieste. «Aveva buoni risultati a scuola. Un bravo ragazzo. Di carattere tranquillo, tutto casa e scuola, senza grilli per la testa: non ha mai dato preoccupazioni ai suoi genitori», racconta la zia. Kojo era anche uno sportivo: era un appassionato di calcio e militava in una squadra della società Reggio United. Tra un mese Kojo avrebbe festeggiato il quindicesimo compleanno.
«Non aveva ancora deciso cosa fare: con tutta probabilità uscire con gli amici e magari giocare a calcio nel parco qui vicino, come faceva spesso». Per il suo futuro, il 14enne aveva le idee chiare. «Voleva diventare perito elettronico: perciò aveva scelto quell’indirizzo. Una disgrazia terribile, che nessuno di noi avrebbe mai immaginato», conclude commossa la zia. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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