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Il processo

Usura ed estorsioni, condanna a 7 anni per l’imprenditore Giambattista Di Tinco

Ambra Prati
Usura ed estorsioni, condanna a 7 anni per l’imprenditore Giambattista Di Tinco

Reggio Emilia: è l’epilogo dell’inchiesta Ottovolante della Guardia di finanza. Una delle vittime era finita a un passo dal suicidio. Ecco le altre condanne

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Reggio Emilia Quattro episodi di usura (continuata e pluriaggravata) a tassi del 177%, conditi da minacce e tre estorsioni (due tentate e una consumata). Ieri in tribunale a Reggio Emilia il giudice per le indagini preliminari Matteo Gambarati, sposando quasi in toto le richieste dei pm Stefano Finocchiaro e Giulia Galfano, ha inflitto pene pesanti, nonostante il rito abbreviato che assicura lo sconto di un terzo: 7 anni senza attenuanti generiche (l’accusa aveva chiesto 7 e mezzo) a Giambattista Di Tinco (in foto), 50 anni abitante in città, difeso dall’avvocato Mattia Fontanesi; 3 anni e 8 mesi con attenuanti generiche prevalenti (esattamente quanto proposto dall’accusa) a Salvatore Iemmello, 43 anni di Reggio, attualmente ai domiciliari e difeso dall’avvocato Federico De Belvis; un anno di pena non sospesa (a fronte della richiesta di un anno e 4 mesi) per la moglie di Di Tinco, Filomena Arabia, 41enne residente in città e difesa dall’avvocato Rebecca Pervilli; assolto Nicola Arabia classe 1987 di Quattro Castella, difeso sempre dall’avvocato Fontanesi; ha patteggiato un anno e 7 mesi – pena sospesa – Mario Falbo, 54enne di Cadelbosco, difeso dal legale Giuseppe Migale Ranieri. Via libera, da parte del giudice, anche alla richiesta della Procura di procedere alla confisca dei beni del principale imputato e di destinare tutte le somme al risarcimento delle vittime di usura.

Un discreto contrappasso e un passo importante, visto che nei confronti di Di Tinco è stato eseguito un maxi sequestro per equivalente da un milione e 400mila euro. Parliamo dell’operazione “Ottovolante” della guardia di finanza, scattata nell’agosto dell’anno scorso, quando un imprenditore “spolpato” dagli usurai e portato sull’orlo del suicidio («avevo preparato il cappio nel capannone quando è arrivata la polizia») ha trovato il coraggio di denunciare i suoi aguzzini, poi seguito da altre tre vittime: per tre prestiti totali di circa 200mila euro, tra il 2022 e il 2024 il gruppo avrebbe incassato 413mila euro di interessi.

È emerso un quadro allarmante che ruotava intorno a Di Tinco – già coinvolto per concorso esterno in associazione mafiosa e fatture false nell’operazione Minefield –, titolare della tristemente nota ditta di noleggio DG Service di Calerno di Sant’Ilario, oggi chiusa. Di Tinco è finito nel mirino degli inquirenti per aver taglieggiato con metodi da strozzino dei piccoli artigiani in difficoltà economiche che, non avendo accesso al credito bancario, si rivolgevano a lui per prestiti: solo la punta di un iceberg di un’attività esercitata per anni, secondo i finanzieri. I malcapitati in difficoltà economiche entravano in un tunnel di intimidazioni e di paura. Di Tinco, considerato la “mente”, non si sporcava le mani ma se affidava il compito a «gente che fa altro di mestiere»: l’esattore era Iemmello, ora ai domiciliari («Iemmello è un becco duro, se sapesse che oggi ho parlato potrebbe essere violento», ha detto uno degli artigiani). Mentre la moglie era estranea agli affari: alla sbarra è finita per il reato di favoreggiamento reale, per aver favorito le videochiamate in cui Di Tinco, all’epoca ai domiciliari a Taranto, continuava a dare ordini ai sodali (oggi è in carcere nella stessa città). © RIPRODUZIONE RISERVATA

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