Gazzetta di Reggio

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Il delitto di Novellara

Omicidio Saman, sentenza di Cassazione rinviata al 15 luglio

Elisa Pederzoli
Omicidio Saman, sentenza di Cassazione rinviata al 15 luglio

Condannati per il femminicidio della 18enne genitori, zio e cugini. A Roma, va in scena il terzo grado di giudizio

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Reggio Emilia Davanti alla Corte di Cassazione va infatti in scena il terzo grado di giudizio per l’uccisione della 18enne di origine pakistana che viveva a Novellara e che, secondo la sentenza d’Appello, fu vittima di un disegno criminale messo in atto dai genitori, dallo zio Danish Hasnain e da due cugini. I primi quattro condannati all’ergastolo, lo zio a 22 anni di reclusione

Dopo cinque ore di udienza, la Corte di Cassazione ha deciso di rinviare il verdetto al 15 luglio, alle 9.30. 

La Corte di Cassazione non rifà il processo e non rivaluta le prove. Il suo compito è verificare se la sentenza impugnata sia corretta dal punto di vista giuridico e logico. Tutti e cinque gli imputati hanno presentato ricorso. E pur con posizioni diverse, i ricorsi condividono almeno due questioni centrali: la contestazione dell’aggravante della premeditazione, riconosciuta dalla Corte d’Assise d’Appello ma esclusa in primo grado, e la valutazione delle dichiarazioni di Alì Haider, il fratello minore di Saman. La sua testimonianza, ritenuta non attendibile nel primo processo, è diventata invece uno degli elementi cardine della sentenza d’Appello.

A queste questioni comuni si aggiungono motivi specifici. Tra i più rilevanti c’è il ricorso presentato dall’avvocato Liborio Cataliotti, difensore dello zio Danish Hasnain, che solleva una questione di legittimità costituzionale relativa al rito. Hasnain era stato infatti processato con rito abbreviato in primo grado, beneficiando del relativo sconto di pena, mentre tale riconoscimento è venuto meno nel giudizio d’Appello. Secondo la difesa, si tratta di un aspetto che merita una valutazione da parte della Corte, anche alla luce delle ricadute che potrebbe avere sul trattamento sanzionatorio dell’imputato. C’è poi l’aspetto dei reati culturalmente orientati, per i quali non esiste una disciplina ad hoc ma che nei due processi ha portato a una valutazione diversa dell’aggravante de i futili motivi. L’udienza di oggi (17 giugno) sarà dunque chiamata a verificare se la sentenza d’Appello presenti eventuali vizi di diritto o contraddizioni logiche tali da giustificare un annullamento, totale o parziale. In caso contrario, le condanne diventeranno definitive.

Era l’1 maggio del 2021, pochi minuti dopo la mezzanotte, quando Saman Abbas è stata uccisa nei campi di via Colombo a Novellara. Le ultime immagini da viva che ci restano di lei sono in quei filmati di video sorveglianza dell’azienda agricola Bartoli per la quale lavorava il capo famiglia Shabbar e dove l’intero nucleo famigliare viveva. Si vede Saman allontanarsi zaino in spalla accompagnata da padre e madre e sparire nell’oscurità della carraia, vicino alle serre. Il suo corpo verrà trovato soltanto un anno e mezzo dopo, grazie alle indicazioni dello zio che ha sempre negato di averla uccisa, ma ha ammesso di aver partecipato al suo seppellimento in una buca profonda non molto lontano da quel luogo dove probabilmente sarebbe rimasta celata senza le sue parole. Saman aveva detto di no a un matrimonio forzato, denunciato i genitori, scelto di frequentare un ragazzo connazionale inviso alla famiglia. Il suo ritorno a casa, scappata dalla comunità, ha coinciso con la sua uccisione. Oggi a Roma ci sarà anche l’ex sindaca di Novellara e ora consigliera regionale del Pd Elena Carletti. 

«L’omicidio di Saman, pur avendo radici culturali proprie, tradisce il ricorso a una violenza estrema e sproporzionata, scelta come unico strumento per "emendare una presunta colpa" (la volontà di libertà della ragazza), che realizza la natura turpe e ignobile del movente». In trentatré pagine la procura generale della Cassazione con una memoria scritta, che l’Adnkronos ha potuto visionare, firmata dall’avvocato generale Marco Dall’Olio e depositata in vista dell’udienza prevista per oggi del processo per l’omicidio di Saman Abbas, chiede di rigettare i ricorsi degli imputati e di confermare i quattro ergastoli inflitti il 18 aprile dello scorso anno dalla Corte di Appello di Bologna ai genitori della ragazza, Habbar Abbas e Nazia Shaheen e ai cugini Noman Ul Haq e Ijaz Ikram, accusati di omicidio e soppressione di cadavere, e i 22 anni di reclusione decisi per lo zio, Danish Hasnain, che in primo grado era stato condannato a 14 anni, riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti, valutate equivalenti alle circostanze attenuanti generiche già concesse per la collaborazione prestata per il ritrovamento del corpo.

I giudici di merito avevano ribaltato la sentenza di primo grado nei confronti dei cugini della vittima, che erano stati assolti e poi condannati all’ergastolo, riconoscendo le aggravanti di premeditazione e motivi abietti. Le indagini si erano sempre concentrate sull’ambito familiare. L’avvocato generale della Cassazione sottolinea nella sua requisitoria come «la Corte di Assise di Appello motiva innanzitutto circa il fatto che l’omicidio di Saman non sia stato un atto d’impeto, bensì una decisione deliberata dall’intero nucleo (eccetto il fratello Ali Haider) per sanzionare il disonore arrecato dalla ragazza, che aveva deciso di vivere secondo canoni sociali diversi da quelli di origine. In quest’ottica, la soppressione del cadavere è vista come l’estensione necessaria del progetto omicida, finalizzata a garantire l’impunità a tutti i membri del gruppo - si legge nella requisitoria scritta - Sebbene non vi sia prova che i genitori abbiano fisicamente scavato la fossa, la Corte di Assise di Appello ha affermato la loro responsabilità a titolo di concorso morale e materiale, avendo essi partecipato alla fase della "consegna" di Saman e perciò non potendo non sapere quali conseguenze vi sarebbero state in ordine a tale gesto. Il giudice di secondo grado rileva inoltre che Habbar e Nazia avevano pianificato la partenza per il Pakistan immediatamente dopo il delitto». l
 

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