Gazzetta di Reggio

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Il ricordo

Quando cardinale Ruini interruppe la guerra per far passare la corsa della Pace

Antonio Mascolo*
Quando cardinale Ruini interruppe la guerra per far passare la corsa della Pace

Decisivo il suo intervento a Gerusalemme con il Papa Giovanni Paolo il Csi nazionale: abbiamo corso con passi lunghi tra l’inutile e l’utopico ma ci abbiamo creduto a tal punto che ancora oggi speriamo

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La pace è un’illusione impietosa. Più realisticamente, si parla di tregua temporanea, sospensione del conflitto, accordo, nella maggior parte dei casi si spera, in realtà, nell’oblio e tutto continua come prima, guerra silente, guerra dimenticata. A questo proposito vi racconto una storia che, a tratti, ha la S maiuscola della Storia. Vent'anni fa - 23 aprile 2004 - un Papa, un cardinale e un’associazione sportiva, riuscirono ad ottenere una tregua tra Israele e Palestina. Roba che oggi, con tutto il rispetto, nemmeno “Gesù-in- persona-sceso-in- terra” riuscirebbe ad ottenere in quei luoghi. Smisero di sparare i cecchini, si aprirono i “cavalli di Frisia”, le bombe rimasero inattive, l’odio costruito e implementato dal 1946 sembrava fermo nell’aria della città più bella del mondo, Gerusalemme - Giovanni Paolo II, il cardinal Ruini e il Csi nazionale realizzarono quell’anno un sogno.

Una corsa della pace in quella terra che non sembrava più tanto santa, dominata, limitata, violata da una continua guerra. L’idea, geniale, portare alcuni olimpionici italiani a percorrere di corsa dietro ad una fiaccola di pace quei nove chilometri. Con loro, un drappello di atleti israeliani, fino alla fine e un drappello di atleti palestinesi solo dal check point alla basilica della Natività. Di più non era assolutamente possibile, troppo alto il rischio di attentati e sequestri. Era il 2004 e solo due anni prima per 39 giorni ci fu un assalto e sequestro alla Basilica della Natività a Betlemme, il luogo tra i più sacri del mondo. La pace in ostaggio, ancora. Gli israeliani avevano invaso quei luoghi, conseguenza violenta forsanche cercata della seconda Intifada. Il 23 aprile 2004 alla partenza della corsa, hotel Notre Dame di Gerusalemme, territorio e bandiera del Vaticano, c’erano in braghe corte e scarpe da ginnastica e maglietta con la scritta pace in tre lingue - italiano arabo e israeliano - 18 stranieri e padre Ibrahim Faltas in saio, lui il grande ostaggio dell’assalto alla basilica di Betlemme.

C’erano tante tv anche americane quel mattino all’uscita dell’albergo. C’era il clima delle grandi cose, delle grandi speranze. Per la cronaca, o forse per la storia, la squadra dei corridori della pace era così composta: Eddy Ottoz (110 ostacoli), Moreno Argentin (mondiale di ciclismo), “Ciccio” Dalla Fiori (campione di basket), Poli (campione di canottaggio), monsignor Andreatta, Petrucci (presidente del Coni), Loris ed Elvino Gennari due leggende delle 100chilometri, Frattari e Ferraguti icone del podismo, Antonio Mascolo (si, io) e un gruppo modenese definito affettuosamente le canaglie della Fratellanza 1874 di Modena: Esposito, Luppi, Baruffi, Sitton, Richetti, Provenzano, Bigi. In regia Stefano Prampolini, Erio Costantini e monsignor Mazza. Eppoi il fotografo Luigi Ottani, i giornalisti Stefano Ferrari, Massimiliano Castellani, G.B. Notarianni. Abbiamo corso tra il paradiso e l’inferno. Abbiano corso tra sogno e realtà mentre il corpo, le scarpette notavano come si correva sul liscio totale, tutto l’asfalto era stato letteralmente mangiato dal traffico di cingolati, autoblindo, mezzi da guerra. Abbiamo corso tra soldati finalmente inattivi. Abbiamo corse forsanche sognando di non fare solo la cronaca ma anche un poco di storia. Quei nove chilometri facevano sembrare tutto vicino, possibile. La pace, la risoluzione di un conflitto atavico, i due Stati. Ma la realtà era dietro l’angolo. Come il Muro in costruzione, allora poche centinaia di metri, oggi lungo 800 chilometri attorno al popolo di Palestina. Pochissimo tempo dopo la prima edizione di quella corsa a Gerusalemme arrivò Giovanni Paolo II e urlò il suo disappunto al mondo: “Non muri ma ponti di Pace”. Fu la sua grande sconfitta. La maratona della Pace è proseguita per qualche anno, in maniera sempre più istituzionale poi è caduta nel dimenticatoio, forse come la Pace. Ci restano il sudore e la bellezza dei tanti ripetuti incontri di speranza. Come cantare “Dio è morto” con Beppe Carletti in quelle terre dilaniate, portare aiuti concreti ad Ain Arik, o la scoperta con Adel Misk di “Parent circle” associazione che unisce israeliani e palestinesi parenti di vittime della guerra, o il Caritas Baby Hospital di Betlemme che all’epoca curava con personale israeliano e palestinese sia i bambini israeliani che quelli palestinesi. Oggi per colpa del Muro, non più. Abbiamo corso, capendo lo scollamento delle genti dalle scelte dei cosiddetti Grandi della Terra. Abbiamo corso con passi lunghi tra l’inutile e l’utopico ma ci abbiamo creduto a tal punto che ancora oggi speriamo. L’impossibile. In vent’anni abbiamo fatto solo lunghi passi per scappare dalla pace.
*ex direttore Gazzetta di Modena

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