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Omicidio in pizzeria

Lasciò il Csm quattro anni fa: «Scelgo uno psichiatra privato». Così Andrea Pellati uscì dal radar dell'Ausl

Ambra Prati
Lasciò il Csm quattro anni fa: «Scelgo uno psichiatra privato». Così Andrea Pellati uscì dal radar dell'Ausl

Reggio Emilia, l’identikit dell’omicida: i deliri, le ossessioni delle cimici, il dimagrimento e i continui viaggi

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Reggio Emilia Aveva ringraziato i dottori dell’Ausl per le cure, avvisando però che non si sarebbe più presentato alle visite perché preferiva uno psichiatra privato. Così l’omicida Andrea Pellati aveva detto, quattro anni fa, agli specialisti del Csm, il centro di salute mentale, costretti a rispettare la volontà dello schizofrenico. Per scrupolo all’epoca l’Ausl aveva fatto una verifica: e in effetti Pellati era risultato in carico a uno psichiatra. Da allora, il 43enne è uscito dal radar della sanità pubblica, come decine e decine di altre persone con disturbi psichici.

«A precisazione delle notizie uscite in queste ore, la Direzione dell’Azienda Usl-Irccs informa che il signore è stato seguito in modo continuativo dai servizi di salute mentale territoriali, per poi scegliere autonomamente altre opzioni terapeutiche assistenziali», è il laconico comunicato Ausl. Sono parecchi i déjà-vu con altri fatti eclatanti di cronaca, nella storia personale di Pellati. Un reggiano doc, di buona famiglia, che nonostante i problemi mentali emersi in giovane età - per la disperazione dei genitori, che hanno sempre fatto il possibile e l’impossibile per aiutarlo - da giovane ha condotto un’esistenza quasi normale. Ha lavorato come bagnino in una piscina della città, poi in un’autofficina, da un fabbro: impieghi che non riusciva a conservare, perché a un certo punto o si licenziava o le sue fobìe avevano il sopravvento.

I guai con la giustizia sono iniziati nel 2008: nessun reato violento, sempre per spaccio di droga, diventato evidentemente una fonte di sostentamento. Quattro i processi che ha subìto, secondo i suoi avvocati difensori storici Mattia Fontanesi e Vainer Burani, conclusi con l’assoluzione. «Non è vero che è un pregiudicato né che è un tossico, almeno non negli ultimi sedici anni - afferma l’avvocato Burani -: piuttosto era una persona malata, con tante ossessioni. Quando veniva in studio si preoccupava delle cimici piazzate dai servizi segreti. Ma non l’ho mai percepito come violento, anzi, pareva innocuo». L’unica condanna che Pellati ha riportato risale al 20 maggio 2025: sei mesi (pena sospesa) per la detenzione di 15 grammi di cocaina, emessa dal giudice Francesco Panchieri. Una pena mite, che si sarebbe potuta eliminare ricorrendo in Appello: ma Pellati non aveva voluto. «In aula si è arrabbiato con me perché lo difendevo - prosegue Burani -. Alla proposta di patteggiare ha opposto un netto rifiuto perché “altrimenti i servizi segreti se ne occupano”».

Fino a qualche anno fa, grazie ai farmaci che assumeva e che stabilizzavano l’umore, chi lo conosce lo descrive come a tratti lucido, nonostante l’insofferenza di vivere. Praticava anche la boxe. Risale a quel periodo, nei discorsi deliranti di Pellati, la fascinazione per la ’ndrangheta e la criminalità organizzata in genere. La situazione è precipitata circa sei mesi fa: Pellati, un tempo robusto, è dimagrito di almeno trenta chili. Nel quartiere della Rosta Nuova dove abita, frequentando una ristretta cerchia di amici, lo si vedeva raramente: quando riappariva era magrissimo, indossava un berretto di lana a 40 gradi poiché diceva di sentire freddo. E poi quel continuo girovagare, senza pace. Ancora l’avvocato Burani: «Mi chiamava ogni tanto o mi mandava messaggi per “avvisare” che partiva: per la Sicilia, per la Campania, per il Lazio». Difatti l’ultima segnalazione risale a cinque giorni prima del delitto: una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale a Roma. Che quotidianità conducesse in questi viaggi (diceva di volersi trasferire) nessuno lo sa, ma è facile immaginare l’estrema marginalità del solitario.

Negli ultimi due giorni, in Procura a Reggio, sono sfilati a tambur battente una ventina di persone informate dei fatti: la vicina di casa (seguita da un amministratore di sostegno) alla quale i pizzaioli hanno negato il credito, un altro amico borderline, tutti i conoscenti e il padre dolente. Ora il pm Maria Rita Pantani si sta concentrando sugli accertamenti sanitari, sull’acquisizione di tutte le cartelle cliniche e sulla verifica dell’ultimo psichiatra, anche perché è ovvio che la battaglia giudiziaria si giocherà sulla perizia psichiatrica e sulla capacità di intendere e di volere del 43enne. Quest’ultimo, affiancato dall’avvocato difensore d’ufficio Alessandra Bonini, questa mattina (2 luglio) comparirà davanti al medesimo giudice Panchieri per l’udienza di convalida del fermo. Da vedere se, come nella notte della cattura, sceglierà il silenzio. Alle ore 14 è fissato l’incarico per l’autopsia per stabilire quanti colpi ha ricevuto la vittima Raffaele Stipa: un particolare ancora da stabilire, ma pare che il fendente letale sia stato alla gola. l© RIPRODUZIONE RISERVATA

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