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Femminicidio Saman: la Corte di Cassazione conferma gli ergastoli a genitori e cugini, 22 anni allo zio

Femminicidio Saman: la Corte di Cassazione conferma gli ergastoli a genitori e cugini, 22 anni allo zio

Rigettati i ricorsi presentati dai cinque imputati. La 18enne di origine pakistana che abitava a Novellara si era opposta a un matrimonio forzato

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Roma La Corte di Cassazione ha confermato oggi, 15 luglio, le condanne per il femminicidio di Saman Abbas, la 18enne di origini pakistane che viveva a Novellara e che si era opposta a un matrimonio forzato. I giudici hanno rigettato i ricorsi presentati dai cinque imputati, tutti detenuti: i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, i cugini Noman Ul Haq e Ikram Ijaz, condannati all'ergastolo dalla Corte d'Assise d'Appello di Bologna, e lo zio Danish Hasnain, condannato a 22 anni di reclusione.

La Suprema Corte ha quindi reso definitive le condanne: ergastolo per i genitori e i due cugini, 22 anni di carcere per lo zio. Gli imputati sono stati inoltre condannati al pagamento delle spese processuali.

Queste le parole dell'avvocata Valeria Miari, che ha assistito come parte civile Alì Haider, fratello di Saman Abbas e testimone chiave dell'accusa, nel processo per il femminicidio della 18enne pakistana:

«Credo che questa sentenza rappresenti la parola fine su una vicenda davvero dolorosa e complessa, sotto ogni punto di vista: investigativo, giudiziario, umano e culturale. Una parola fine che soddisfa noi parti civili, le Procure, gli investigatori e i carabinieri che hanno condotto le indagini. Soprattutto, credo che renda giustizia a Saman e a suo fratello che, con la sua testimonianza, ha compiuto un passo enorme, di straordinaria importanza.

Come dissi anche al termine del processo di primo grado, nonostante quella sentenza non fosse certo favorevole, sono convinta che le sue parole siano uscite dalle aule di tribunale e abbiano raggiunto tutte le case, parlando ai genitori, ai fratelli e alle sorelle di tutte le Saman. Hanno affermato un principio fondamentale: una donna è libera di scegliere come vivere la propria vita. Ed è questo che oggi anche lui crede, pur provenendo da un contesto familiare e culturale completamente diverso. Per me questa è una vera rivoluzione».

Simone Zarantonellosindaco del Comune di Novellara, commenta così la sentenza: «Accogliamo con favore la notizia che la Cassazione ha confermato le condanne emesse nel precedente grado di giudizio in Corte d’Assise d’appello a Bologna. È un segnale importante che sottolinea un punto fondamentale, anche dal punto di vista sociale e culturale: questi reati non solo non sono accettabili in un contesto democratico e civile, ma la legge li punisce ancora più duramente quando subentrano aggravanti legate a motivazioni culturali. Il fatto che il Comune di Novellara si sia sempre costituito parte civile non è un particolare secondario, ma la testimonianza di un territorio che non può accettare tali comportamenti. Archiviata la sentenza, resta inalterato l’impegno dell’Amministrazione comunale a portare avanti un lavoro importante e capillare sull’integrazione, sull’educazione e sulla costruzione di una rete a sostegno di chi si trovi a vivere situazioni di prevaricazione e sofferenza familiare». 

Elena Carletti, consigliera regionale ed ex sindaca di Novellara: «La decisione di oggi scrive una pagina definitiva sul fronte giudiziario, confermando la gravità assoluta di un delitto che ha sconvolto le nostre coscienze. Come ex sindaca, ho vissuto ogni giorno di questa terribile vicenda a fianco dei miei concittadini, dando voce alla nostra comunità unita. Ma in seguito, anche come donna, ho sentito il bisogno di testimoniare, sempre, che Novellara e il nostro territorio non hanno mai dimenticato Saman, figlia di questa nostra terra, e i suoi sogni che sono stati così terribilmente interrotti. La giustizia ha fatto il suo corso e ha confermato una verità dolorosa: la premeditazione di un orrore nato all’interno del nucleo che avrebbe dovuto proteggerla. Eppure la fine dei processi non cancella il vuoto, perché quella di Saman resta una ferita aperta nel cuore della nostra comunità. In un contesto dove c’è persino chi nega la realtà dei femminicidi, il nostro impegno contro la violenza di genere e a favore dell’emancipazione e della libertà di ogni donna non si ferma certo oggi. Perché lo dobbiamo a Saman e a tutte le ragazze e le donne che chiedono solo di poter scegliere liberamente il proprio futuro e il percorso della propria vita».

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