Burani (Avs): «Continuare a chiamarlo maltempo è una forma di autoinganno»
Reggio Emilia, il consigliere reginale interviene dopo il violento nubifragio: «Serve adattare città e territorio alla crisi climatica»
Reggio Emilia «Ogni nuovo intervento urbanistico dovrebbe partire da una domanda molto semplice: come si comporterà questo luogo nel clima che avremo tra trent'anni? Perché il negazionismo climatico non è soltanto quello di chi nega il cambiamento climatico. È anche quello di chi continua ad amministrare e progettare come se non esistesse». Così interviene sul violento nubifragio di mercoledì Paolo Burani, consigliere regionale di Alleanza Verdi e Sinistra e presidente della Commissione Territorio, Ambiente e Mobilità dell'Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna.
«Esprimo il mio più profondo cordoglio alla famiglia della persona (nel Modenese) che ha perso la vita nel violento nubifragio che ha colpito l'Emilia-Romagna e la mia vicinanza a tutte le persone, alle imprese e alle amministrazioni comunali che stanno facendo i conti con danni ingenti. Tetti scoperchiati, centinaia di alberi abbattuti, strade e sottopassi allagati, linee ferroviarie interrotte, blackout e una viabilità paralizzata per ore raccontano meglio di qualsiasi slogan il tempo nel quale siamo entrati» dice. «Nei giorni scorsi il presidente del Senato Ignazio La Russa ha dichiarato che dovremo 'abituarci al clima caraibico'. Ebbene, il 15 luglio Reggio Emilia ha visto che cosa significa davvero questa affermazione – sottolinea –. Non è stato un uragano. È stato un evento temporalesco estremo, come correttamente lo definiscono i meteorologi. Ma discutere dell'etichetta non cambia la sostanza: raffiche di vento superiori ai cento chilometri orari, piogge torrenziali concentrate in pochi minuti, alberi sradicati, tetti scoperchiati, strade bloccate, infrastrutture in tilt e danni diffusi. E soprattutto non è stato un episodio isolato».
«Appena due settimane prima un altro violento temporale aveva colpito il territorio reggiano provocando circa duecento richieste di intervento ai Vigili del Fuoco. Il 15 luglio ne sono arrivate altre centinaia. Migliaia di ore di lavoro dedicate a liberare strade, mettere in sicurezza edifici, ripristinare linee elettriche e assistere cittadini e imprese. Continuare a chiamarlo maltempo è una forma di autoinganno. Il maltempo è l'eccezione. Quello che stiamo vedendo rischia di diventare la nuova normalità. E questa normalità ha un nome preciso: crisi climatica. Per anni qualcuno ha liquidato gli allarmi degli scienziati come catastrofismo. Oggi quelle previsioni sono cronaca. La discussione sul fatto che il cambiamento climatico esista è finita da tempo. Il punto non è più convincere qualcuno. Il punto è decidere chi paga il prezzo dell'inazione. Perché il conto è già arrivato – dice -. È giusto essere rigorosi: nessun singolo temporale può essere attribuito esclusivamente alla crisi climatica. Ma è altrettanto vero che un'atmosfera più calda accumula più energia e più umidità, aumentando la probabilità e l'intensità di fenomeni estremi. È ciò che la comunità scientifica osserva da anni e che oggi vediamo accadere davanti ai nostri occhi. Se questi sono gli effetti di un pianeta che si è già riscaldato di circa un grado e mezzo rispetto all'epoca preindustriale, la domanda è semplice: cosa accadrà quando arriveremo a due gradi? Eppure c'è ancora chi invita semplicemente ad abituarsi».
«Dire agli italiani di abituarsi significa accettare come inevitabili città paralizzate, infrastrutture vulnerabili, imprese danneggiate e vite messe a rischio. È una resa mascherata da realismo.
La crisi climatica non è più soltanto una questione ambientale. È una questione economica, sociale e di sicurezza pubblica. Ogni evento estremo mobilita Vigili del Fuoco, Protezione Civile, forze dell'ordine, tecnici comunali, aziende dei servizi e volontari. Ogni evento richiede milioni di euro per ripristinare strade, scuole, reti elettriche, linee ferroviarie e infrastrutture. Ogni evento produce danni alle imprese, alle famiglie e all'agricoltura. Ogni nubifragio straordinario viene raccontato come un'emergenza. In realtà sta diventando una voce stabile di bilancio. Continuiamo a spendere denaro pubblico per rincorrere i danni invece che per ridurli. È il modo più costoso possibile di governare la crisi climatica. La vera domanda non è quanto costi adattare città e territori. La vera domanda è quanto continuerà a costarci non farlo. Il nubifragio di Reggio Emilia racconta però anche un'altra storia: quella del nostro rapporto con il territorio e con il verde urbano. Per decenni abbiamo costruito città come se il suolo fosse un ostacolo da coprire e gli alberi un dettaglio decorativo. Prima arrivavano strade, parcheggi e cemento. Alla natura veniva lasciato lo spazio che avanzava – prosegue -. Sarebbe scorretto attribuire la caduta degli alberi soltanto a una cattiva progettazione: eventi di questa intensità possono abbattere anche esemplari sani. Ma è altrettanto vero che una città che per decenni ha negato spazio, suolo e dignità al verde è inevitabilmente una città più vulnerabile. Gli alberi non sono un elemento ornamentale. Sono infrastrutture essenziali. Raffrescano le città, riducono le isole di calore, trattengono l'acqua, migliorano la qualità dell'aria, assorbono anidride carbonica e proteggono la salute delle persone. Per oltre un secolo abbiamo progettato città chiedendo alla natura di adattarsi al cemento. Oggi dobbiamo fare il contrario: progettare il cemento affinché si adatti alla natura. Continuiamo a impermeabilizzare il terreno e poi ci stupiamo se l'acqua non trova dove andare. Continuiamo a consumare suolo e poi investiamo milioni per gestire allagamenti sempre più frequenti. È una contraddizione che non possiamo più permetterci».
«Per adattarci a un clima che è già cambiato dobbiamo rinaturalizzare i corsi d'acqua, restituire spazio al suolo e all'acqua, fermare il consumo di suolo, investire nelle infrastrutture verdi e blu e progettare quartieri capaci di resistere agli eventi estremi. Ogni nuovo intervento urbanistico dovrebbe partire da una domanda molto semplice: come si comporterà questo luogo nel clima che avremo tra trent'anni? Perché il negazionismo climatico non è soltanto quello di chi nega il cambiamento climatico. È anche quello di chi continua ad amministrare e progettare come se non esistesse. Continuare a rincorrere le emergenze significa spendere sempre di più e proteggere sempre di meno. La prevenzione ha un costo. L'inazione ne ha uno infinitamente più alto. Per questo dobbiamo respingere l'idea che sia sufficiente abituarsi. Non dobbiamo abituarci. Dobbiamo ridurre le cause della crisi climatica e adattare città e territori a una realtà che è già cambiata. La vera alternativa non è tra adattarsi o non adattarsi. La vera alternativa è tra investire oggi o pagare molto di più domani» conclude.
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