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Le motivazioni

Morto nel pozzo a Toano: perché la vedova ha avuto solo 3 anni e mezzo: il peso della «fragilità emotiva»

Ambra Prati
Morto nel pozzo a Toano: perché la vedova ha avuto solo 3 anni e mezzo: il peso della «fragilità emotiva»

Le motivazioni della giuria popolare: «Difficoltà a resistere alle pressioni ambientali»

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Toano Una sera, mentre gioca alla Play Station, il nipote vede il padre, la madre e la nonna uscire di casa con un grosso telo: non capisce cosa succede e non domanda nulla. «Lo sono venuto a scoprire quand’ero in comunità che l’avevano buttato nel pozzo». Tuttavia le dichiarazioni del minore, ritenuto incapace di ricordi "puri", «non possono fondare da sole l’affermazione di responsabilità dell’imputata», «mancando ogni riscontro», perciò sono valse a Marta Ghilardini l’assoluzione da un unico reato, quello di soppressione di cadavere.

Per gli altri reati (maltrattamenti in famiglia aggravati, sequestro di persona, soppressione di cadavere e truffa ai danni dello Stato) la responsabilità della vedova è accertata, anche sulla base della condanna della figlia e del genero. La giuria popolare presieduta dal giudice Cristina Beretti (giudice estensore Francesco Panchieri) ha riconosciuto all’imputata tutte le attenuanti possibili «sia per l’assenza di precedenti penali, sia per la condizione di particolare fragilità emotiva e difficoltà a resistere alle pressioni ambientali, analiticamente esposta dalla dottoressa Schicchitano». Ha prevalso la perizia di parte della difesa. È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza emessa il 20 aprile che ha condannato a tre a anni e mezzo Marta Ghilardini, 67 anni, la vedova di Giuseppe Pedrazzini, 77 anni, ritrovato in un pozzo del giardino di casa a Cerrè Marabino l’11 maggio 2022.

A partire dal 2021, mentre le condizioni di salute del pensionato peggioravano, le “menti” del piano (la figlia Silvia e il genero Riccardo Guida, già condannati a 12 anni e 4 mesi in rito abbreviato) hanno iniziato a vendere tutto il vendibile. Il decesso del 77enne è avvenuto per cause naturali: le conseguenze di un’ischemia era il 5 e l’8 marzo, non denunciata dai familiari per continuare a percepire la pensione. Marta Ghilardini è colpevole di maltrattamenti aggravati e sequestro di persona poiché è indubitabile «la privazione della libertà di movimento e di azione negli ultimi mesi di vita», «lo sradicamento dal contesto sociale», «la segregazione fisica» e «l’abbandono di ogni terapia».

Anche se i maltrattamenti non sono stati la causa esclusiva della morte, il ruolo di Marta «va ben oltre la mera connivenza e si traduce in una forma di rafforzamento morale del proposito» di Silvia e Guido, «che sapevano di poter assumere ogni decisione senza trovare in Ghilardini opposizione alcuna». Marta è colpevole dell’omissione di soccorso, perché quando Giuseppe stava male «ha optato di avvertire solo la figlia invece del 118». Marta è colpevole di truffa perché aveva l’obbligo, come moglie, «di denunciare il decesso del marito e si è astenuta dal farlo». Perché quindi una pena così mite, a fronte dell’ergastolo chiesto dall’accusa? Per quell’assoggettamento psicologico sul quale la strategia difensiva ha insistito si è rivelato vincente. E per un calcolo sul minimo della pena che è partito dal reato più grave (il sequestro di persona), due anni, aumentati in continuazione di un anno per i maltrattamenti e di quattro mesi per la truffa. L’avvocato difensore Rita Gilioli non intende impugnare, mentre i pm Piera Giannusa e Francesco Rivabella hanno già dichiarato che andranno in Appello. l© RIPRODUZIONE RISERVATA

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