Morto sul lavoro alla Cantina Sociale: nessuna colpa della vittima, 2 milioni di risarcimento alla famiglia
Reggio Emilia, il 52enne Alessandro Santini fu straziato dalle pale del silos. La moglie commossa: «È stata dura»
Reggio Emilia «È stata dura, durissima. Quella mattina io e le ragazze abbiamo salutato mio marito alle 6.30 e non lo abbiamo più visto, nemmeno da morto: il corpo era troppo straziato, la bara chiusa. La croce più grossa? Abitiamo a pochi metri dalla Cantina dove è avvenuto l’infortunio, ci passo davanti anche sei volte al giorno, ogni volta che devo andare in città: ci si gira dall’altra parte, ma il magone resta. Vorrei ringraziare tutte le persone che mi sono state vicino, in primis i miei genitori Pietro e Gabriella, che per i primi due anni hanno vissuto in casa con me e i miei tre figli: senza di loro non ce l’avrei fatta».
Queste le prime accorate parole - rotte dalla voce incrinata dalla commozione - di Barbara Rossi, vedova di Alessandro Santini, 52 anni, il padre di famiglia che morì in un terribile infortunio sul lavoro alla Cantina Sociale di Massenzatico. Ora, a sei anni di distanza, i familiari hanno vinto la causa civile contro il datore di lavoro (la Cantina Sociale) e contro l’azienda costruttrice del macchinario (OMP Paronetto): il giudice Ersilia Carlucci ha sentenziato che il dipendente non ebbe alcuna responsabilità e ha condannato in solido le due controparti e le rispettive compagnie assicurative (nella misura rispettivamente di due terzi e un terzo) a risarcire i congiunti (oltre a moglie e tre figli, la madre, il fratello e la nipote) con una somma complessiva di 2 milioni di euro.
Secondo quanto ricostruito nella sentenza, il 16 gennaio 2020 Alessandro Santini stava eseguendo la fase finale del lavaggio del vinificatore (enormi silos, che si puliscono da sotto) quando venne trascinato all’interno della vasca dalle pale dell’estrattore. Il macchinario era privo di un sistema automatico di interblocco che avrebbe dovuto arrestare le pale, se fosse stato a norma.
Il processo penale si è concluso con un nulla di fatto: il responsabile della sicurezza ha patteggiato, mentre il legale rappresentante è deceduto. I familiari della vittima, assistiti dall’avvocato Francesco Arlotti, hanno scelto il giudizio civile, chiamando in causa le compagnie assicuratrici: Generali Italia per la Cantina Sociale e Zurich Insurance per OMP Paronetto, che hanno tentato di addossare la colpa sul lavoratore. Al contrario, il tribunale ha accertato che il 52enne stava svolgendo una mansione rientrante nei propri compiti, secondo la prassi aziendale. Mancava il sistema automatico di sicurezza; e il datore di lavoro era consapevole almeno dal 2018 dell’assenza del dispositivo, mentre la società costruttrice avrebbe dovuto rilevare l’anomalia nel collaudo iniziale.
Il risarcimento è stato calcolato in base a parecchi parametri, come l’intensità dei rapporti familiari (i diversi nuclei dei Santini vivevano nello stesso complesso abitativo) e l’età dei figli (all’epoca di 18, 15 e 10 anni). «La sentenza ha ricostruito con chiarezza le responsabilità e ha escluso qualsiasi concorso del dipendente nel causare l’evento - commenta l’avvocato Arlotti - È una decisione importante perché tutela la memoria del lavoratore e riconosce integralmente le ragioni dei suoi familiari, dopo un giudizio lungo e complesso». L’avvocato Nino Ruffini, difensore della Cantina Sociale (che aveva un legame storico con i Santini, il padre di Alessandro, Isidoro, era stato consigliere) replica: «Impugneremo la sentenza in Corte d’Appello, per dimostrare che l’esclusiva responsabilità va addossata al costruttore».
Resta intatto il dolore della vedova Barbara, rimasta sola con tre figli da crescere. «Un dolore difficile da raccontare. Per molto tempo ci siamo sentiti identificati dalla collettività con la tragedia che ci ha colpiti. Abbiamo sofferto molto nel sentire mettere in discussione il modo di lavorare di Alessandro perché conoscevamo la serietà, l’esperienza e il senso di responsabilità con cui affrontava ogni cosa. Non ritenevamo giusto che alla perdita si aggiungesse questa ombra sulla sua memoria». Barbara racconta pure quanto avvenne subito dopo l’infortunio: «Comprendiamo che un’attività produttiva debba proseguire, ma vedere che il giorno dopo la Cantina era aperta e che Alessandro era già stato sostituito ci fece comprendere quanto rapidamente la vita potesse continuare per gli altri, mentre per noi si era fermata. Ancora oggi lo ricordo con incredulità». l© RIPRODUZIONE RISERVATA
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