Mariella Burani, 16 anni dopo il crac risarcimenti per una ventina di piccoli azionisti
Cavriago, si è concluso il primo grado del procedimento civile davanti al Tribunale delle Imprese di Bologna
Cavriago Sedici anni dopo il crac di Mariella Burani Fashion Group, si è concluso il primo grado del procedimento civile davanti al Tribunale delle Imprese di Bologna. Una ventina di piccoli azionisti che, dopo il fallimento del gruppo dichiarato nel 2010, avevano chiesto il risarcimento dei danni subiti per la perdita dei propri investimenti, hanno ottenuto un ristoro economico nel corso della causa. Assistiti da un collegio difensivo coordinato dall’avvocato Daniele Iarussi del Foro di Mantova, hanno infatti raggiunto accordi transattivi riservati con gran parte dei convenuti, tra cui amministratori ed ex vertici del gruppo, una società di revisione, alcuni istituti bancari e altri soggetti coinvolti nella vicenda.
Le intese, coperte da clausole di riservatezza, hanno comportato la progressiva uscita dal processo delle parti che avevano raggiunto un accordo e la conseguente estinzione del giudizio nei loro confronti. L’azione civile era stata promossa dalla curatela fallimentare per accertare le responsabilità del dissesto e ottenere il risarcimento dei danni. Successivamente erano intervenuti nel giudizio anche i piccoli azionisti, assistiti da un unico collegio difensivo. In origine gli investitori coinvolti erano più numerosi, ma nel corso degli anni il gruppo si è progressivamente ridotto fino a comprendere una ventina di persone. Gli investimenti dei piccoli azionisti rappresentati ammontavano complessivamente a circa due milioni di euro. Il dissesto del gruppo aveva invece provocato danni stimati in oltre 125 milioni di euro.
La causa civile ha fatto seguito al procedimento penale, nel quale si erano costituite parte civile oltre 130 persone tra piccoli azionisti e risparmiatori. Il giudizio civile, avviato nel 2018 davanti al Tribunale delle Imprese di Bologna, competente per materia, si è protratto per otto anni. Nel corso della causa si sono succeduti quattro magistrati, è stata disposta una consulenza tecnica e le trattative tra le parti sono proseguite fino alla sentenza depositata nel 2026. Concluso il primo grado, il collegio difensivo valuta anche la possibilità di promuovere un’azione nei confronti del Ministero della Giustizia ai sensi della legge Pinto, ritenendo irragionevole la durata del procedimento. «Sedici anni dal crack e otto anni di processo civile di primo grado sono tempi molto lunghi. Stiamo valutando anche questo profilo nell'interesse dei nostri assistiti», spiega Iarussi. Resta aperto un altro aspetto della vicenda.
Per alcuni convenuti, tra cui componenti degli organi di controllo e una società di revisione, il Tribunale ha dichiarato inammissibili le domande di risarcimento dei piccoli azionisti. Si tratta di soggetti che avevano già definito la propria posizione con la curatela fallimentare e che non si erano costituiti nel procedimento civile. Secondo i giudici, l'azione promossa dagli investitori non poteva proseguire autonomamente rispetto a quella della curatela. Su questo punto il collegio difensivo sta valutando il ricorso in appello. «Riteniamo che il danno subito dai singoli investitori sia autonomo rispetto a quello della società fallita e stiamo valutando l'impugnazione di questa parte della sentenza», conclude l'avvocato Daniele Iarussi. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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