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Don Alpino compie 90 anni, da 60 è il parroco di Monzone: «Finché riesco, passo in ogni casa»

Wainer Magnani
Don Alpino compie 90 anni, da 60 è il parroco di Monzone: «Finché riesco, passo in ogni casa»

Toano: dal 1966 accompagna generazioni di famiglie, assistendo allo spopolamento e ai cambiamenti della montagna. Oggi guida ancora e non rinuncia alle sue passioni, dalla Formula 1 alla grappa artigianale

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Toano Novant’anni di età, sessanta di ministero sacerdotale trascorsi quasi interamente nella stessa comunità. Una ricorrenza speciale quella festeggiata da don Alpino Gigli, storico parroco della frazione toanese di Monzone, figura conosciuta e apprezzata in tutto il territorio montano per la sua dedizione, la sua schiettezza e la vicinanza alla gente.

La prima messa
«La prima messa a Monzone l’ho celebrata l’11 aprile del 1966, era il lunedì di Pasqua», racconta con la memoria ancora lucidissima. «A dire la verità non sapevo nemmeno dove fosse Monzone». Nato a Manno, dove celebrò la sua prima messa solenne il 1° luglio 1962, dopo essere stato ordinato sacerdote il 29 giugno dello stesso anno, giorno dei santi Pietro e Paolo, nel Duomo di Reggio Emilia, don Alpino arrivò in queste montagne quando il mondo rurale stava vivendo profonde trasformazioni. «Sono sempre stato a Monzone perché io e mio fratello Gianfranco gestivamo un cooperativa sociale che avevamo fondato. Anche se c’erano come soci altre due famiglie, era tutto sulle nostre spalle. Oltretutto dovevo occuparmi del fratello di mio padre, che aveva dei problemi. Il vescovo ha mostrato molta attenzione e sensibilità». «All’epoca c’erano quasi soltanto contadini – prosegue don Alpino Gigli –. Le famiglie avevano piccole stalle con tre o quattro mucche. Poi molti lasciarono i campi per andare a lavorare nelle ceramiche oppure si unirono nelle stalle sociali».

Testimone del paese
Una trasformazione che il sacerdote ha osservato giorno dopo giorno, accompagnando intere generazioni. Sessant’anni nella stessa parrocchia significano inevitabilmente essere testimoni della storia di un territorio. «Quando arrivai, dopo la guerra, qui vivevano circa settecento persone. Poi siamo scesi a 350. Le scuole erano piene di bambini, oggi è tutto cambiato». Un lento spopolamento che ha interessato molte zone dell’Appennino e che a Monzone si percepisce in modo evidente. «Adesso la comunità è molto dispersa. Ci sono molte persone che arrivano da fuori e non sempre frequentano la vita della parrocchia. La realtà è cambiata profondamente».

«Passo in ogni casa»
Nonostante tutto, don Alpino continua a considerarsi fortunato. «Ho vissuto bene qui. Ho incontrato tanta brava gente». Ancora oggi cerca di visitare tutte le famiglie del territorio. «Finché riesco passo in ogni casa. Anche quest’anno ci sono riuscito». Un’abitudine che racconta bene il suo modo di intendere il sacerdozio: presenza costante, ascolto e vicinanza. Nei suoi ricordi si alternano momenti gioiosi e vicende dolorose. Matrimoni, battesimi, feste patronali, ma anche lutti difficili da dimenticare. Tra questi il funerale di un ragazzo, celebrato molti anni fa, una delle esperienze che più lo hanno segnato. «Quando sei parroco di una comunità per così tanto tempo condividi tutto: le gioie e le sofferenze delle persone».

«Sempre meno matrimoni»
Nel corso del suo ministero ha visto diminuire i matrimoni celebrati in parrocchia. «Un tempo erano numerosi, oggi molto meno. L’ultimo matrimonio di una coppia realmente del posto risale a molti anni fa». I battesimi continuano invece ad arrivare, spesso da famiglie che scelgono Monzone pur non essendo residenti. «Ne ho celebrati cinque recentemente. Evidentemente qualcosa continua ad attirare».

L’impegno nei restauri
Accanto all’attività pastorale, don Alpino ha dedicato molte energie anche alla conservazione del patrimonio religioso del territorio. Negli anni si è impegnato nei restauri delle chiese di Monzone e Macognano, sostenuto dall’aiuto dei parrocchiani e da benefattori come l’imprenditore Pietro Marazzi. Rifatti tetti, pavimenti, sacrestie e opere strutturali che hanno permesso agli edifici di continuare a essere punti di riferimento per le comunità. Il viaggio in Madagascar Tra i ricordi più particolari c’è anche un viaggio missionario in Madagascar, compiuto nel 1992 insieme al capomastro Marino Belli per incontrare padre Dario, per sostenere le opere educative fondate dal missionario reggiano don Ganapini. «Portammo quindici milioni di lire per le scuole. Rimasi colpito dal lavoro svolto laggiù e dalle condizioni di vita della popolazione». Un’esperienza che conserva ancora nel cuore. «I reggiani hanno costruito un ospedale a Ampasimanjeva che è strettamente legato alla Diocesi e al Centro Missionario di Reggio Emilia, che lo sostengono da oltre sessant’anni. Sono rimasto un mese di Madascascar e ho sofferto la sete e quando sono arrivato a Milano ho bevuto tant’acqua quasi da stare male. Ricorderò sempre il trasferimento in aereo, eravamo in 180 persone strette strette. Un viaggio pauroso. Era crollato il muro di Berlino e per tornare a casa abbiamo fatto un lungo giro, facendo scalo a Cipro».

Oltre l’attività pastorale

Quando non è impegnato nelle attività pastorali, don Alpino coltiva alcune passioni. Ama guidare e ancora oggi si mette al volante con piacere. È anche un appassionato di Formula 1. «Mi piace seguire le gare, è un modo per distrarmi». In passato ha prestato servizio come volontario e autista per la Croce Rossa. C’è poi una curiosità che molti conoscono: l’arte della grappa. Per anni ha prodotto grappe artigianali, aromatizzate al ginepro, al limone o alla vaniglia, che regalava agli amici e durante le feste paesane. «Era una passione da praticone, niente di più», racconta divertito. «Alcune persone della zona producevano la grappa, ma quando me la portavano non mi piaceva. All’inizio usavo il bidone del latte, ma la grappa aveva un sapore strano. Sono quindi passato al rame, anche se con la legna facevo fatica a mantenere il fuoco. Ho provato anche a saldare insieme due paioli, ma non era la soluzione migliore. Finché un giorno sono andato a Cadelbosco Sopra, dove c’era una ditta che produceva i giusti strumenti di lavorazione. La grappa la regalo agli amici, vado per le sagre come a Cerrè Marabino».

Il calo della fede

E se oggi guarda con un po' di preoccupazione al calo della pratica religiosa, mantiene comunque uno sguardo lucido e sincero. «La fede spesso resta legata alla tradizione e alle abitudini. Servirebbe maggiore approfondimento. Però le persone hanno anche tante difficoltà e le distanze, qui in montagna, contano». Novant'anni portati con energia e un traguardo straordinario di sessant'anni vissuti nella stessa parrocchia fanno di don Alpino una figura unica per Monzone e per tutto il comune di Toano. Don Alpino da giovane aveva la passione per il calcio, era un centravanti. «Un giorno sono andato a giocare nella parrocchia di San Giuseppe a Coviolo e ho fatto tre gol. In squadra giocava un giocatore della Reggiana e a fine partita mi ha fatto i complimenti. Poi a vent’anni ho lasciato perdere ma mi dicevano che ero bravo». Un sacerdote che ha attraversato epoche diverse, accompagnando la comunità nei suoi cambiamenti e lasciando un'impronta profonda nella vita di generazioni di famiglie. Un punto di riferimento che continua ancora oggi, con semplicità e discrezione, a percorrere le strade della sua montagna e a bussare alle porte delle case, come ha sempre fatto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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