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Il reportage / Parte 2

Po in secca, perché siamo arrivati fin qui? Le cause della crisi del Grande Fiume – Il nostro viaggio

Po in secca, perché siamo arrivati fin qui? Le cause della crisi del Grande Fiume – Il nostro viaggio

A Boretto il livello è sceso a -4,37 metri, ma per capire la crisi del Grande Fiume bisogna guardare oltre l’idrometro: portate ridotte, poca neve sulle Alpi, ghiacciai in sofferenza, laghi sotto pressione, accumuli di sabbia e il cuneo salino che avanza dal Delta

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Boretto A Boretto il Po non fa rumore. A Ferragosto il grande fiume si ritira lentamente, lasciando affiorare banchi di sabbia, isolotti e rive che sembrano allargarsi giorno dopo giorno. Dal porto fluviale lo sguardo corre verso un alveo più stretto, quasi immobile. È l’immagine simbolo di una siccità che non riguarda solo la Bassa reggiana, ma un intero sistema idrico che dalle Alpi arriva all’Adriatico. I numeri aiutano a capire la dimensione del fenomeno.

 

Alla stazione idrometrica di Boretto il livello del Po è sceso ieri ad una quota di meno 4 metri e 37 centimetri rispetto allo zero idrometrico, valore che ha ampiamente superato quelli dei primi anni Duemila. Nel 2003, nel 2005 e nel 2006 si verificarono secche altrettanto “storiche”, ma quella da battere resta quella del 2022, anche se oggi visivamente l’impatto è sicuramente più forte. Per comprendere quanto una secca sia grave, non bisogna limitarsi al livello idrometrico ma vanno osservati anche i dati relativi alla portata. Questi i dati nelle principali stazioni di rilevamento lungo il fiume (in metri cubi): Piacenza 174,61, Cremona 182,74, Boretto 199,14 e Ferrara 232,56. Proprio questo dato su Ferrara basta per far comprendere che anche in una giornata siccitosa finiscono in mare circa 20 milioni di metri cubi al giorno, un vero spreco in un periodo come quello attuale. Quattro anni fa, a Boretto, in luglio l’idrometro arrivò a toccare quota -4,95 centimetri, e la portata calò fino a 140 metri cubi al secondo. Un dato impressionante, che dà l’idea di quanto il fiume sia in grado di cambiare la propria morfologia se rapportato al record inverso, ossia quello della piena del 2000, quando l’idrometro borettese arrivò a segnare 9,06 metri con una portata di 11800 metri cubi al secondo.

 

Purtroppo, ad aggravare la situazione di questo 2026 è la situazione relativa ai cumuli di sabbia posti di fronte all’impianto idrovoro della Bonifica Emilia Centrale: a causa della presenza di tutto quel materiale litoideo, la sedimentazione inizia a valle della sponda in sasso di Brescello in destra idraulica, e con l’arrivo delle prossime morbide o piene, tutto questo materiale è destinato ad accumularsi di fronte al porto fluviale. La crisi del Po è però solo un tassello di un quadro climatico più ampio. Sulle montagne l’inverno scorso ha lasciato una riserva nivale inferiore alle attese e i ghiacciai alpini continuano a perdere volume.

 

Meno neve significa meno acqua disponibile in estate proprio quando la pianura ne avrebbe più bisogno. I grandi laghi prealpini, che funzionano come serbatoi naturali del bacino padano, stanno sostenendo le portate del fiume ma restano sotto osservazione: il Garda mostra un riempimento lontano dai livelli ottimali, mentre il sistema lariano e gli altri invasi alpini risentono della scarsità di precipitazioni . E poi c’è il mare. Nel Delta del Po il cuneo salino è tornato ad avanzare per decine di chilometri a causa dalla ridotta spinta del fiume. Quando la portata cala, l’Adriatico risale i rami deltizi, aumentando la salinità delle acque e mettendo a rischio falde e colture agricole. È il punto in cui la siccità della montagna incontra quella della costa, chiudendo un cerchio che attraversa tutta l’Italia settentrionale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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