Don Goccini racconta la Via Matildica: «Il cammino non è sport, bisogna imparare ad abitare la propria debolezza»
Il parroco, pellegrino esperto e tra i fondatori del percorso, racconta la filosofia dei 300 chilometri da Mantova a Lucca: «È una narrazione esistenziale, spirituale e religiosa insiemei»
Reggio Emilia Per conoscere più da vicino lo spirito della Via Matildica del Volto Santo, che si snoda per 300 chilometri da Mantova a Lucca, passando per il nostro Appennino, abbiamo incontrato don Giordano Goccini, parroco di Novellara, pellegrino esperto e tra i fondatori del cammino, che nel 2015, in occasione del nono centenario della morte di Matilde di Canossa, ha guidato il primo gruppo di pellegrini lungo il percorso.
Con quali intenti è nata la Via Matildica del Volto Santo?
«Sono molteplici. Il primo intento è senza dubbio quello di istituzionalizzare una via di pellegrinaggio tra Mantova e Lucca, passando per il Santuario di San Pellegrino in Alpe, lungo una direttrice di tradizione popolare medievale. C’è poi la riscoperta delle terre matildiche: uno scrigno di bellezze che attraversa tre Regioni – Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana – e custodisce borghi, castelli, pievi e paesaggi naturali. Infine, un intento importantissimo è quello di legare questo grande territorio in una comunità coesa, contribuendo allo sviluppo delle aree interne dell’Appennino e contrastando la crisi che le attraversa».
Perché un cammino che collega Mantova a Lucca?
«C’è innanzitutto un importante valore spirituale: a Mantova, all’interno della Basilica di Sant’Andrea, è conservata la reliquia del Preziosissimo Sangue, mentre a Lucca, custodito nella Cattedrale di San Martino, si trova il Volto Santo. Abbiamo ripreso una traiettoria che affonda le sue radici nel Medioevo, quella della via Germanica, che dalla Germania scendeva verso Roma e si immetteva nella Via Francigena a Lucca. Al di là dell’esatto percorso medievale, nella definizione dell’itinerario abbiamo tenuto conto di diversi fattori: la sicurezza innanzitutto, ma anche la bellezza dei luoghi, la storia, l’arte e la spiritualità. Ci siamo appoggiati a sentieri già battuti dal Cai e al preesistente Cammino di San Pellegrino, che parte da Reggio Emilia e arriva a San Pellegrino in Alpe. Con il tempo, poi, la Via Matildica del Volto Santo si è imposta simbolicamente come alternativa alla principale direttrice della nostra regione, la Via Emilia. Quest’ultima è la traiettoria della velocità, della produzione e della performance. La traiettoria Mantova-Lucca, invece, dal punto di vista della velocità è disgraziata, e questo è il suo punto di forza. Le due sono l’antitesi l’una dell’altra: rappresentano due approcci alla vita, lo stress e la pressione della nostra società da una parte, la lentezza, la fatica e l’incontro con la natura, la storia e le persone dall’altra. Il fatto che la meta sia un volto, il Volto Santo, per noi è molto importante. È una reliquia antichissima e il significato simbolico è che, alla fine, tutto quello che cerchiamo, la meta di tutte le fatiche del cammino, è un volto».
Come avete concepito, nella tracciatura, la Via Matildica del Volto Santo?
«Per noi è importante la consapevolezza che, quando si apre un cammino, questo viene affidato al fruitore, al di là degli intenti di chi lo ha tracciato. Ma negli ultimi anni l’esigenza dell’uomo moderno di fermarsi, di ritrovarsi, di riconnettersi con se stesso, con la natura e con la fatica ci ha interrogati. Tracciare la Via è stato anzitutto un’offerta: vieni qui, ti prendiamo per mano e ti accompagniamo a vivere in pienezza questa esperienza. Un cammino non è soltanto un luogo bello dove passeggiare, ma è una narrazione. Percorrere la Via Matildica significa entrare in un racconto e coglierlo. È una narrazione esistenziale, spirituale e religiosa insieme: religiosa perché raccoglie i segni del cristianesimo medievale, spirituale perché apre degli spiragli di trascendenza, ed esistenziale perché ciascuno può metterci dentro la propria vita, la propria ricerca e le proprie domande. Per noi costruire un cammino oggi è come costruire una cattedrale nel Medioevo. Allora si pensava al pellegrino che arrivava alla cattedrale e doveva essere incantato dagli spazi e dalla luce. Oggi un cammino ha una funzione simile: chi lo percorre vive un’esperienza e, con la propria vita, entra in una narrazione».
Oggi i cammini sono sempre più popolari. C’è secondo lei il rischio di perdere il senso del pellegrinaggio?
«Sì. Noi siamo molto contenti del successo che i cammini in generale e la Via stanno riscontrando, ma bisogna fare attenzione. Il rischio che vedo maggiormente è quello del camminatore compulsivo, che percorre la Via solo per macinare chilometri. Il cammino non si misura con i numeri, ma con la sensazione di lentezza e con il rispetto dei suoi ritmi e della fatica. Il cammino non è un’esperienza sportiva. Nello sport bisogna superare i propri limiti; il cammino, invece, è un’esperienza di debolezza: si decide di abitare la propria debolezza, che è anche lo strumento più importante per mettersi in connessione con ciò che ci circonda. Basti pensare al bisogno di una persona assetata di trovare qualcuno che le apra la porta di casa e le porga un bicchiere d’acqua. Il pellegrino è un povero, che abbandona le proprie sicurezze e si fida. Per questo c’è una sorta di patto tra il cammino e chi sceglie di percorrerlo: quello che si cerca non è semplicemente un letto, ma una dimensione più profonda di se stessi. Il cammino si rivolge soprattutto a chi vuole fare questa esperienza». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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