«Truffato per 60mila euro e poi deriso: dov’è finita la solidarietà?»: la lettera sul caso dell’orafo reggiano
«Forse giudicare la vittima ci rassicura. Ci permette di pensare che a noi non potrebbe succedere, perché noi siamo più attenti, più svegli, più prudenti. Ma è una rassicurazione fragile»
Mentre proseguono le indagini della polizia per risalire al truffatore che ha ingannato l’orafo reggiano del centro storico, fingendosi un carabiniere e facendosi consegnare gioielli per un valore di oltre sessantamila euro, una persona che conosce il gioielliere e la vicenda che lo ha coinvolto, dopo aver letto i commenti alla notizia, anche sui social della Gazzetta (tantissimi li abbiamo rimossi) ha deciso di scrivere questa lettera, che pubblichiamo in modo integrale.
C’è qualcosa, in questa vicenda, che va oltre il valore dei gioielli sottratti e oltre il danno economico, pur enorme, subito dal commerciante. È qualcosa che emerge leggendo alcuni dei commenti comparsi sotto gli articoli e i post che hanno raccontato la truffa. Commenti nei quali lo stupore per quanto accaduto sembra lasciare rapidamente spazio alla domanda su come sia stato possibile farsi ingannare. Commenti che mettono in discussione la prudenza della vittima, che sottolineano ciò che avrebbe potuto o dovuto verificare, che arrivano persino a dubitare della vicenda. Frasi forse nate dalla sorpresa, dall’incredulità o dalla convinzione di stare dando un consiglio. Eppure, lette tutte insieme, restituiscono un’immagine amara: quella di una vittima che, quasi senza accorgersene, finisce sul banco degli imputati. La domanda diventa allora un’altra: perché davanti a una truffa sentiamo così spesso il bisogno di chiederci quanto sia stata ingenua la vittima, invece di soffermarci sulla capacità di chi quella truffa l’ha studiata e messa in atto? È facile, quando conosciamo già il finale, ricostruire tutto e pensare che avremmo fatto diversamente. Noi sappiamo che era una truffa. La persona che l’ha subita, in quel momento, no. Forse giudicare la vittima ci rassicura. Ci permette di pensare che a noi non potrebbe succedere, perché noi siamo più attenti, più svegli, più prudenti. Ma è una rassicurazione fragile. Perché nel momento in cui qualcuno costruisce una situazione proprio per ingannarci, nessuno di noi può sapere con certezza come reagirebbe. E c’è un altro aspetto sul quale forse dovremmo fermarci. Dietro la parola “gioielliere” non c’è un personaggio astratto. C’è una persona. Una persona che ha appena subito un danno, che dovrà affrontarne le conseguenze e che, come chiunque altro, può provare vergogna, rabbia, sconforto e senso di colpa. Aggiungere a tutto questo il giudizio di chi osserva da fuori, senza conoscere la situazione e senza sapere cosa sia realmente accaduto in quei momenti, significa infliggere una seconda ferita.
Non si tratta di dire che non si debbano fare domande. Non si tratta nemmeno di negare l’importanza della prudenza o delle verifiche, soprattutto quando sono in gioco somme importanti. Si tratta di ricordare una cosa molto più semplice: la prudenza è un insegnamento; l’umiliazione non lo è. Possiamo parlare di come difenderci dalle truffe senza trasformare chi è stato ingannato in una persona da deridere. Possiamo spiegare come riconoscere un raggiro senza far sentire chi lo ha subito meno intelligente, meno capace o meno degno di rispetto. E forse, prima di sentirci certi che «a noi non sarebbe mai successo», dovremmo chiederci perché abbiamo così bisogno di esserlo. Perché la verità è che nessuno di noi conosce davvero la propria reazione davanti a una situazione che non ha mai vissuto. Allora forse la domanda più importante non riguarda soltanto questa truffa.
Se domani capitasse a noi, vorremmo trovare qualcuno pronto a spiegarci quanto siamo stati ingenui, oppure qualcuno capace semplicemente di dirci: «Mi dispiace»? Una comunità non si misura soltanto dalla capacità di proteggere i propri cittadini dai truffatori. Si misura anche da come tratta chi, dopo essere stato ingannato, si ritrova a dover raccogliere i pezzi. Questa vicenda ha già avuto una vittima. Sarebbe triste se, dopo aver perso dei beni, quella stessa persona dovesse sentirsi privata anche della nostra comprensione. Forse è questo il momento in cui fermarci, tutti, e porci un’altra domanda: quanto siamo ancora capaci di essere solidali quando la sventura capita a qualcun altro?
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