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Uncinetto come terapia e antistress: Federica Merli lo porta nelle grandi aziende

Alberto Ferrari
Uncinetto come terapia e antistress: Federica Merli lo porta nelle grandi aziende

Romana di origine e cavriaghese d’adozione, che a cinquant’anni ha scelto di trasformare la sua più grande passione in un lavoro a tutti gli effetti, la “therapeutic knitter”

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Cavirago C’è un angolo, a Cavriago, dove un filo di lana è molto più di un gomitolo. È uno strumento di cura, un linguaggio, un ponte tra le persone. Da quell’angolo nasce Langolodifede, il progetto di Federica Merli, romana di origine e cavriaghese d’adozione, che a cinquant’anni ha scelto di trasformare la sua più grande passione in un lavoro a tutti gli effetti, la “therapeutic knitter”.

Federica infatti lavora con aziende – come la Chiesi Farmaceutica – nelle quali porta la sua conoscenza dell’uncinetto per attività di team building e gestione dello stress. Da dove nasce questa professione? La risposta è nella sua storia. «Il primo filo lo ho preso in mano da bambina, assieme a mia nonna, come accadeva in tante famiglie – racconta Federica – .Tra un punto e l’altro ho imparato non solo una tecnica, ma un modo di stare al mondo. Poi la vita ha preso altre direzioni e quel sapere è rimasto in attesa, fino al trasferimento da Roma a Cavriago – continua –. È stato proprio il lavoro a maglia a diventare il primo ponte con una comunità ancora tutta da conoscere».

Anni dopo è arrivata la scelta più coraggiosa: ricominciare. «Ho lasciato la strada percorsa fino a quel momento per dare forma a un mestiere nuovo, diventando Therapeutic Knitter – spiega Federica Merli –, una figura che utilizza il lavoro a maglia e l’uncinetto come strumenti di benessere e relazione. Non insegno soltanto una tecnica: accompagno le persone a rallentare, ritrovare concentrazione, abitare il presente. Il gesto ripetuto delle mani diventa uno spazio sicuro, capace di riportare equilibrio e ascolto». È un’esperienza, quella dell’uncinetto, che nasce dalla sua stessa vita e che ora Federica porta anche all’interno di colossi multinazionali, come appunto la Chiesi, azienda con la quale collabora da tempo. Il filo l’ha aiutata ad affrontare il lutto per la perdita del padre e, poco dopo, il difficile percorso accanto alla madre malata di Alzheimer. «In quei momenti il lavoro a maglia è stato un’ancora, una terapia gentile che oggi metto a disposizione degli altri», confida. I suoi progetti attraversano contesti molto diversi. Nelle case protette il filo riaccende la memoria e mantiene vive abilità che sembrano perdute. Negli studi di medici e psicologi diventa un supporto concreto nei percorsi terapeutici e nella gestione del dolore cronico.

Al Multiplo Centro Cultura accompagna le letture condivise, creando spazi di ascolto e confronto. Arriva perfino al cinema, dove sferruzzare durante la proiezione trasforma la visione in un’esperienza partecipata. Un capitolo sempre più importante riguarda il lavoro con le imprese. Federica porta il lavoro a maglia nelle aziende come esperienza di team building e benessere organizzativo. «Davanti ai ferri cadono ruoli e gerarchie: manager e segretari si siedono uno di fianco all’altro, alla pari, e lavorano insieme» racconta Federica. C’è poi la dimensione pubblica del suo lavoro: «Iniziative come lo “Sferruzzo antifascista”, organizzato in occasione del 25 aprile, dimostrano come un filo possa diventare anche espressione civile, cultura e partecipazione». La sua è una piccola rivoluzione silenziosa: restituire dignità alle arti tessili, troppo spesso relegate allo stereotipo della “roba da nonne”. l © RIPRODUZIONE RISERVATA

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