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Ex Reggiane, demoliti i capannoni simbolo della Street Art: l’artista chiede di salvare la memoria delle opere

Massimo Sesena
Ex Reggiane, demoliti i capannoni simbolo della Street Art: l’artista chiede di salvare la memoria delle opere

Reggio Emilia: per far posto alle Ramblas le ruspe stanno abbattendo gli ultimi capannoni autentici monumenti di archeologia industriale. Simone Ferrarini: «Prima dell’abbattimento avete catalogato le opere?»

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Reggio Emilia In questi giorni, a Santa Croce, non mancano certo i decibel. E non si incolpi la Rcf Arena che oggi, tanto è silente, sembra Atlantide che dorme sul fondo del mare, nè la Festa del Pd, nè tantomeno i lavori su via del Partigiano che cominceranno giusto tra un anno. No. A far baccano, muovendo terra e muri, sono le ruspe di due distinti cantieri: quello di via Adua per lavori al teleriscaldamento, e quello nell’area delle Ex Officine Reggiane per la costruzione delle due Ramblas (chiamate così dai progettisti del Comune per richiamare il viale più famoso di Barcellona) all’interno del Parco Innovazione che sta nascendo al posto dello storico insediamento industriale.

Proprio per far posto alle Ramblas, le ruspe in questi giorni hanno abbattuto e stanno abbattendo gli ultimi capannoni delle Officine, autentici monumenti di archeologia industriale, che negli anni scorsi hanno vissuto una seconda vita burrascosa, tentati com’erano da differenti e a volte inconciliabili vocazioni: rifugio degli invisibili e degli emarginati, location per video e film à la page oppure terreno – invero, fertilissimo – per l’incontro delle migliori tag della Street Art europea che proprio tra i capannoni delle Ex Reggiane negli anni scorsi si sono dati appuntamento per affollatissime jam che hanno prodotto opere “pittate” sui muri dei capannoni che oggi vengono abbattuti. L’anima – molto reggiana – di questi anni di fermento a Santa Croce è stato Simone Ferrarini, l’artista che più di altri ha disseminato l’area delle sue opere, ciascuna con un messaggio rivolto verso l’esterno, come il dipinto “Tranci di reggiane” creato per dare il benvenuto alla società che avrebbe gestito la riqualificazione dell’area. O come il “defibrillatore culturale” creato giocando con due finestre nel muro.

Del resto, è proprio l’attenzione alla cultura che ha spinto in questi giorni l’artista reggiano a scrivere tre mail: all’assessore alla cultura Marco Mietto, all’assessore all’urbanistica Carlo Pasini e al presidente di Stu Reggiane, Luca Torri. «I capannoni centrali delle Reggiane – si legge nella mail – sono stati o stanno per essere abbattuti. Come immagino voi sappiate quell’area era il fulcro del movimento dell’arte urbana reggiana in un momento in cui le Reggiane erano il fulcro del movimento di arte pubblica italiana e non solo. Su quei muri ci sono pezzi di artisti che sono venuti dal Belgio, dalla Germania, dall’Inghilterra, dal Messico e dal Brasile oltre che da tutta l’Italia». Quest è la premessa. Per arrivare al cuore del problema: «Do per scontato quindi – scrive Ferrarini – che in fase di abbattimento ci sia la cura di documentare e la supervisione di qualcuno esperto in materia». «È una prassi consolidata – spiega Ferrarini – proprio perché la “vita” di queste opere non è eterna: catalogare, descrivere, contestualizzare. Nel caso specifico sarebbe importante proprio per il luogo in cui le opere hanno vissuto, che guardacaso è nella stessa area in cui sorge l’Università. L’idea è quella che non vada perduto questo pezzo di cultura». In teoria esiste la possibilità che un artista chieda conto della fine che hanno fatto le sue opere? Ferrarini, che pure ha già fatto leva sulle norme per i diritti d’autore, tende a escluderlo anche per i suoi colleghi stranieri. «Nella causa intentata a difesa del murale in Cisgiordania – spiega Ferrarini – l’obiettivo è quello di fermare le ruspe dei coloni contro un edificio che serve alla popolazione palestinese. Qui è diverso: qui vorrei che restasse documentato quel che si è fatto tra questi capannoni, in questi anni». p© RIPRODUZIONE RISERVATA

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