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Il pianista della Banda Osiris colpito da un infarto prima del concerto: «La sanità reggiana mi ha salvato la vita»

Serena Arbizzi
Il pianista della Banda Osiris colpito da un infarto prima del concerto: «La sanità reggiana mi ha salvato la vita»

Il musicista 71enne Roberto Carlone si era sentito male lo scorso 27 agosto prima di salire sul palco alla Festa dell’Unità. Soccorso e operato al Santa Maria Nuova: «Professionalità e umanità straordinarie»

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Reggio Emilia «La sanità reggiana mi ha salvato la vita. Ho avuto un infarto poco prima di salire sul palco: l’intervento di tutta la rete del personale sanitario è stato tempestivo e decisivo». Parola di Roberto Carlone, 71 anni, pianista della Banda Osiris, formazione nota a livello nazionale che il 27 agosto si è esibita alla Festa dell’unità a Reggio Emilia. La formazione è salita sul palco con tre componenti, invece che con i quattro tradizionali. Uno di loro, Roberto, proprio prima di salire sul palco, si è sentito male. «Già dal mattino non mi sentivo bene - racconta Roberto Carlone, mentre viene dimesso dal Santa Maria Nuova -. Quando sono partito da casa (in provincia di Arezzo, ndr) non ero in forma, ma è stata questione di minuti. Poi, durante la giornata tutto è andato bene, finché, quando eravamo già seduti sui gradini della scala che ci avrebbe portati sul palco, ho sentito un grande peso su cuore e stomaco e ho chiesto subito aiuto». «Essere soccorsi dal personale sanitario reggiano, seppur nel brutto di quanto mi è accaduto, è stata un’esperienza bellissima - continua il musicista -. Ora mi sento benissimo e sono stato trattato molto, molto bene con tante professionalità e umanità. Sia chi mi ha soccorso sul posto, sia chi è si è occupato di me in ospedale è stato fantastico, tempestivo ed efficiente: nemmeno 15 ore dopo mangiavo già seduto sul letto». Il Santa Maria Nuova è «un ospedale grandissimo, ma la sensazione è di essere in un luogo piccolo, accogliente e molto umano. Di certo lo ricorderò, innanzitutto perché qui mi hanno salvato la vita, poi per la correttezza, l’attenzione e tutti gli aggettivi positivi che esistano. Mi hanno messo il primo stent salvavita per risolvere il problema più grosso e due giorni dopo mi hanno messo altri stent nelle coronarie. Io sono curioso e mi facevo raccontare tutto in diretta durante l’intervento, anche per stemperare la tensione. Ho trascorso sei giorni di terapia intensiva e due in corsia dove ci siamo raccontati le nostre vite, tra infermieri e medici e tutti i presenti. Tengo molto alla sanità pubblica, il personale sanitario lavora sodo ed è sottoposto a turni massacranti, essendoci mancanza di fondi, e il grande lavoro di questi professionisti merita rispetto».

Quando, prima dell’esibizione, Carlone ha accusato i sintomi dell’infarto, il tesoriere della festa dell’unità Alfredo Medici è corso a chiedere aiuto nel corso di un evento sulla sanità. Era presente il dottor Reza Ghadirpour, responsabile della neurochirurgia di Reggio Emilia dal 2003 al 2024: «Stavo assistendo al dibattito», quando al medico è stato chiesto di visitare i paziente: «I sintomi erano quelli di un infarto e vi era un’anamnesi di eventi cardiaci. È stato importante agire un modo tempestivo. Il nostro non è un lavoro, ma una missione e dobbiamo essere pronti ad agire in qualsiasi momento». È stato dunque attivato il 118 e i volontari della Croce Verde hanno portato Roberto a sirene spiegate al Santa Maria Nuova. «È stato fondamentale l’intervento del medico che ha riconosciuto subito che poteva trattarsi di un attacco cardiaco - spiega il primario di Cardiologia del Santa Maria Nuova,il dottor Alessandro Navazio -. I volontari hanno portato il paziente da noi e lo abbiamo trattato nel più breve tempo possibile. Abbiamo preferito trattenerlo finché il quadro non fosse stato completo. Prima abbiamo proceduto con un’angioplastica primaria, che serve per trattare un infarto in acuto. Poi, siccome la coronarografia ha evidenziato altri restringimenti coronarici abbiamo completato la rivascolarizzazione. È molto importante intervenire presto, riconoscere presto il quadro acuto. E, aggiungo, è vero che il paziente viene trattato in acuto, ma poi il paziente stesso viene portato in Terapia intensiva cardiologica dove, in questo caso, è stato ricoverato per i primi giorni, per poi passare nella nostra degenza prima di essere dimesso. La rete ha funzionato bene». 

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