Gabrielli: «Sicurezza, le ricette della destra non hanno funzionato»
L’ex capo della Polizia: «Il fenomeno Vannacci è la dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, che le ricette proposte in quattro anni non hanno ottenuto i risultati sperati»
Reggio Emilia «I reati nel complesso sono diminuiti, ma sono aumentati quelli che hanno un maggiore impatto sul senso di insicurezza delle persone». Franco Gabrielli, già capo della Polizia e della Protezione civile, parte da qui per affrontare uno dei temi oggi più sentiti dai cittadini. Lo abbiamo intervistato poco prima del suo arrivo alla Festa dell’Unità, dove ieri ha partecipato all’incontro “Un’altra idea di sicurezza, un’altra idea di Paese”.
Il problema principale è l’aumento dei reati?
«No. Nel nostro Paese dal 2013 i reati hanno registrato un decremento. Il problema è che alcuni sono diminuiti e altri sono aumentati. E sono cresciuti quelli che hanno un maggiore impatto su quella che, a volte impropriamente, viene definita percezione di insicurezza. Si possono contrapporre le statistiche, dicendo che nel complesso i reati sono diminuiti, ma poi la gente vive una condizione di insicurezza. Le statistiche non trovano necessariamente una corrispondenza nel sentimento delle persone».
Un altro tema molto presente nel dibattito è quello della devianza giovanile.
«Per quanto riguarda i ragazzi di seconda generazione è la dimostrazione di come in questo Paese non sia mai stato intrapreso un serio percorso di integrazione. Chi si sente ai margini e vive una condizione di esclusione può poi mettere in atto comportamenti che sfociano anche nella violenza. Ma più in generale esiste un tema di disagio dei ragazzi. Retoricamente diciamo che rappresentano il futuro, ma poi, nella concretezza delle azioni sono spesso messi ai margini delle politiche».
Molti considerano la sinistra meno attenta alla sicurezza rispetto alla destra.
«Credo che ci sia una sorta di corto circuito. La destra propone soluzioni di immediata e facile comprensione. Guardando anche a quanto avvenuto dopo quattro anni di governo, non mi sembra che siano state efficaci. Però la gente ha la sensazione che ci siano un impegno e un’attenzione. A sinistra l’attenzione non manca, ma c’è un approccio più ragionato, che tiene maggiormente conto della prevenzione rispetto alla repressione. In un momento in cui la gente ha paura e si sente minacciata, questo può essere vissuto addirittura come una sottovalutazione».
Qualcosa sta cambiando?
«Nell’ultimo periodo le formazioni che fanno parte del “campo largo” hanno compreso l’importanza di mettere al centro dell’attenzione la sicurezza anche nella sua dimensione repressiva».
Qual è la sua “altra idea di sicurezza”?
«Un’idea che tenga insieme la capacità di dare risposte subito e quella di comprendere che, se non si affrontano le cause che determinano l’insicurezza, qualsiasi risposta sarà di corto respiro. Serve quella che definisco una visione strabica: un occhio che guarda all’oggi, anche attraverso la repressione, e un occhio che guarda lontano».
E guardando lontano, su cosa bisognerebbe intervenire?
«Sul disagio, sulla salute mentale, sulla tossicodipendenza, sulla condizione dei giovani. E poi sulla sicurezza sociale, sulle fasce della popolazione che si sentono sempre più impoverite e in una condizione di precarietà. Tenere insieme tutto questo è molto più complesso che dare parole d’ordine come “blocco navale” o “buttiamo la chiave”».
C’è un problema di organici nelle forze dell’ordine?
«Sì, c’è. Bisognerebbe però cominciare a utilizzare meglio quello che abbiamo».
Il governo ha puntato sull’introduzione di nuovi reati e sull’inasprimento delle pene. È la soluzione?
«No, non sono la soluzione. C’è una sorta di cartina di tornasole del fatto che questo approccio abbia fallito ed è Vannacci. Il fenomeno Vannacci è la dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, che le ricette proposte in quattro anni non hanno ottenuto i risultati sperati, altrimenti non ci sarebbe il fenomeno Vannacci».
Tra parte della sinistra e le divise a volte c’è diffidenza...
««Penso che sia un problema. È un sentimento che a volte nasce dalla sensazione, da parte delle forze di polizia, di sentirsi sempre sotto critica da parte delle forze politiche di sinistra. Dall’altra parte, le forze di sinistra, senza generalizzare, non sempre vedono atteggiamenti di rispetto da parte delle forze di polizia. A me piacerebbe un mondo nel quale chi veste una divisa rispetta la comunità e la comunità rispetta chi veste una divisa».
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