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Venerdì va in onda la docuserie su Saman. Per la prima volta parla il fratello Haider

Jacopo Della Porta
Venerdì va in onda la docuserie su Saman. Per la prima volta parla il fratello Haider

Carmen Vogani e Lorenzo Avola, autori della serie sul caso di Novellara: «Tutti si erano attivati, ma nel momento cruciale è come se ciascuno si fosse fermato. La catena di soccorso si è spezzata all’ultimo passaggio»

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Novellara «Prima ho perso la persona più importante della mia vita, mia sorella Saman, e poi ho perso i miei genitori». Lo dice oggi Alì Haider, il fratello di Saman Abbas, che per la prima volta ha accettato di parlare davanti a una telecamera. La sua testimonianza è contenuta in “Saman – La verità nascosta”, la docuserie in tre episodi disponibile da venerdì su Hbo Max, che ricostruisce il caso della 18enne uccisa nelle campagne di Novellara il primo maggio 2021 dai genitori, uno zio e due cugini.

«È difficile parlare di Haider, perché ci siamo trovati davanti a un ragazzo che ha fatto l’intervista tremando», raccontano Carmen Vogani e Lorenzo Avola, autori della serie. Il giovane, oggi ventunenne, torna alla notte dell’omicidio della sorella e al senso di colpa per non essere riuscito a intervenire. «Ha spiegato che era come se avesse delle catene alle caviglie e non riuscisse a fare un passo. Allo stesso tempo era consapevole che, se si fosse mosso, avrebbe rischiato di morire anche lui». Haider ricostruisce anche il clima vissuto all’interno della famiglia Abbas. Il suo non è un racconto lineare né privo di contraddizioni. Parla di un padre arrivato in Italia e impegnato a lavorare per offrire un futuro migliore ai figli, ma anche del cambiamento avvenuto negli anni. «Dice che fino a un certo punto la loro era stata una famiglia felice, della quale era grato. Poi racconta un padre che si trasforma e afferma: “La nostra casa l’ha bruciata l’alcol”».

Dopo avere contribuito con le proprie dichiarazioni alle indagini sull’uccisione della sorella, il 21enne vive diviso tra la richiesta di giustizia per Saman e il legame con i genitori. Ha invece interrotto ogni rapporto con il resto dei familiari. Vogani e Avola raccontano anche un elemento che non compare nella docuserie: Haider continua a incontrare regolarmente in carcere a Ferrara e Bologna sia il padre sia la madre. «Gli vuole bene. Quando vede le altre famiglie insieme al parco soffre, perché vorrebbe avere ancora la propria famiglia accanto. In questi giorni ha detto: “Vorrei che fossero fieri di me”». La produzione non punta però soltanto a ricostruire l’omicidio. «Non volevamo realizzare un crime puro, ma un lavoro di impegno civile», spiegano gli autori. Il progetto nasce dalla volontà di superare la lettura di Saman come una ragazza che voleva semplicemente vivere “all’occidentale”. Dalle chat e dagli atti emerge una figura più complessa: Saman aveva tolto il velo, ma continuava a pregare; cercava la propria libertà, senza smettere di amare la famiglia. Anche il ritorno a casa dopo il periodo in comunità viene letta come una scelta fatta senza mai poter credere davvero di essere tradita dalla sua famiglia.

La docuserie esamina inoltre i passaggi nei quali la rete di protezione non è riuscita ad arrivare fino in fondo: l’abbandono scolastico, gli interventi dei servizi sociali, le segnalazioni e la richiesta dei documenti. «Tutti si erano attivati, ma nel momento cruciale è come se ciascuno si fosse fermato. La catena di soccorso si è spezzata all’ultimo passaggio». Per Vogani e Avola il caso ha segnato un cambiamento nel modo di affrontare situazioni simili. «C’è stato un prima e un dopo. Questa storia ha prodotto una presa di consapevolezza che speriamo possa aiutare le ragazze venute dopo Saman». La serie, prodotta da Aurora TV, è di Avola e Vogani, scritta con Simona Coppini. Francesca Mazzoleni firma la regia dei primi due episodi, mentre il terzo è diretto da Gianluca Santoni. La fotografia è di Emanuele Pasquet, il montaggio di Simone Mele e le musiche originali di Lorenzo Tomio e Maddalena Pasqua.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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