Il fondatore di Studio Blanco: «La città non è un evento. Per il centro storico serve una visione coraggiosa»
Valerio Tamagnini racconta vent’anni di lavoro da Reggio Emilia con grandi marchi e artisti internazionali. E lancia una riflessione sul futuro dell’esagono: «Servono residenti, uffici e un progetto per i prossimi cinque anni»
Reggio Emilia Vent’anni fa hanno scelto di restare a Reggio Emilia per lanciare la loro sfida in un settore, quello della comunicazione, per il quale sarebbe stato forse più naturale spostarsi in una grande città. Invece, sono rimasti e proprio in centro storico è nato Studio Blanco, fondato da Valerio Tamagnini insieme alla compagna Sara, oggi un’affermata realtà che conta una ventina di dipendenti sulle diverse società e lavora con grandi aziende - Max Mara, Prada, Bottega Veneta per citarne qualcuna - e artisti internazionali. Dai saloni storici dello studio di via Emilia San Pietro, Valerio Tamagnini intanto ha visto cambiare la città. E oggi ammette: «Camminare qui è diventato particolarmente triste». Da questa sensazione parte una riflessione che va oltre le serrande abbassate dell’esagono: il centro storico, sostiene, non si salva soltanto riempiendo le piazze per qualche giorno. «La città non è un evento» è il messaggio. Che nasce da una domanda che, secondo lui, gli amministratori dovrebbero farsi: «Come vogliamo che sia il centro di Reggio tra cinque anni?».
Valerio, partiamo dall’inizio. Come nasce Studio Blanco?
«Da ragazzo, lavoravo con il Maffia e l’agenzia che organizzava concerti e seguiva artisti, anche internazionali. A un certo punto ho sentito il bisogno di occuparmi anche della parte creativa. Così mi sono chiesto: perché non provare a fare qualcosa da solo? Ho aperto una piccola agenzia di eventi dietro Palazzo Magnani e poco dopo è arrivata Sara, che si occupa di grafica. Abbiamo iniziato a lavorare insieme: era il 2004. All’inizio facevamo un po’ di tutto, dagli eventi ai tour, dai contatti con gli artisti ai cd e ai siti. Ma avevamo questo fuoco di collaborare con artisti di un certo tipo e l’unico modo per avere fondi era creare ponti con moda e design».
Come ci siete riusciti partendo da una piccola realtà di provincia?
«Siamo timidi, ma non lo siamo mai stati nel chiedere: poteva essere anche un artista di Los Angeles, un nome apparentemente lontanissimo e fuori portata, ma provavamo a contattarlo. Abbiamo iniziato a fare le cose senza troppo timore reverenziale. Poi è arrivato il rapporto con Max Mara. Intorno al 2009 abbiamo iniziato a realizzare progetti importanti per loro, per il marchio Sport-Max e gli artisti, quando operazioni di questo tipo erano molto meno comuni di oggi».
Avete mai pensato di lasciare Reggio?
«La nostra volontà era di uscire da Reggio, ma non lo facevamo fisicamente, ma con tutto il resto. Intorno al 2011 ci abbiamo pensato seriamente di andare a Milano, ma Sara era incinta e non ci è sembrato il momento giusto per trasferirci. Poco dopo ha aperto la stazione Mediopadana dell’Alta Velocità e ha cambiato parecchio le cose. In quel periodo abbiamo iniziato a collaborare con Living del Corriere della Sera e raggiungere la redazione a Milano da Reggio era quasi più semplice che arrivarci dall’hinterland. Reggio per noi è stata una sorta di motore, di frizione: quello che hai intorno non ti soddisfa completamente, non ti basta, e proprio per questo ti spinge a cercare in altri modi. A uscire oppure, al contrario, a prendere qualcosa che esiste altrove e provare a portarlo qui, fare qualcosa per il territorio. È anche un gesto politico. Bisogna sottolineare che siamo una provincia con infrastrutture che funzionano e un tessuto economico che offre possibilità».
Avete comunque aperto anche una sede a Milano.
«Sì, da qualche anno e la ingrandiremo. Non è tanto per i clienti. Ci serviva soprattutto uno spazio in una città più stimolante per il nostro team. Oggi ci accorgiamo che con i più giovani facciamo sempre più fatica: non tanto a trovare persone disposte a venire a lavorare con noi, quanto a convincerle a restare a Reggio e c’è molto turn over. Avendo uno spazio a Milano, possiamo offrire anche quella sede ed è più semplice».
Come vede la città?
«Negli anni, le nostre sedi reggiane sono sempre state in centro: una scelta sia pratica sia estetica, legata alla vicinanza alla stazione e al fascino della zona storica. Mi è sempre piaciuto molto avere lo studio qui. Oggi, confesso, che faccio fatica a dirlo. Camminare in alcune zone mette tristezza. E oggi, quando invito a Reggio artisti, amici o persone che vengono da fuori, provo anche un po’ di vergogna. Una volta accadeva il contrario: magari c’era timore nel portare qui persone abituate a grandi città, poi si scopriva che si innamoravano della dimensione di Reggio. Era una sorpresa bellissima».
Cosa c’è che non va secondo lei?
«Sono un grande fan degli eventi, ma bisogna distinguere tra cultura e intrattenimento. Secondo me negli ultimi anni a Reggio è stato fatto molto più intrattenimento che cultura. Durante alcuni eventi le piazze possono essere bellissime e piene. Ma il punto è un altro: la città non è un evento. Festival come quello di Emergency sono un gran cosa, ma questo non dice necessariamente qualcosa sullo stato della cultura della città. Quello si misura da ciò che esiste o non esiste durante tutto l’anno. Per la cultura mi aspettavo di più. Prendiamo Fotografia Europea. Ho visto il bando per la nuova direzione artistica: se la selezione arriva a fine settembre e qualcuno comincia realisticamente a ottobre o novembre, i tempi per costruire l’edizione successiva sono molto stretti. Mentre per creare un’idea strutturata occorre tempo, soprattutto se le risorse diminuiscono. Ma il budget non può diventare sempre una scusa. E la parte musicale dei festival mi sembra spesso scollegata dal resto. Se l’obiettivo è semplicemente portare persone in piazza, va dichiarato. Ma se Fotografia Europea deve essere una delle stelle polari della politica culturale cittadina, allora un mese e mezzo all’anno rischia di essere troppo poco».
Crede sia necessario ripensarla?
«Si potrebbe ripensarla, eventualmente anche con cadenze differenti, ma soprattutto bisognerebbe chiedersi: se la fotografia è lo strumento scelto per promuovere la cultura a Reggio, come facciamo a costruire intorno a essa qualcosa che duri tutto l’anno? Il progetto su Luigi Ghirri a Palazzo dei Musei è una grande cosa. Ma non si può demandare sempre tutto a Ghirri o alle iniziative private. Nel mezzo manca qualcosa. La domanda di fondo è anche economica: Fotografia Europea vale ciò che costa rispetto al budget culturale complessivo? Che cosa restituisce alla città e per quanto tempo? Le sedi possono essere bellissime, ma servono forza, competenze e soprattutto contenuti. Siamo bravissimi a fare i contenitori, ma poi i contenuti?».
Oltre a lavorare in centro storico ci abitate, di cosa pensa abbia bisogno?
«Sul centro storico ci sono almeno due grandi questioni. La prima è lo sfitto commerciale, che però nasce anche da un problema residenziale. Ci sono molti immobili non occupati. Inoltre una parte della popolazione residente, almeno in alcuni quadranti, ha una capacità di spesa limitata. Incentivare nuove vetrine va bene, ma serve un piano molto più articolato. Gli eventi sono qualcosa di effimero. Per far vivere il centro servono residenti e uffici. Gli uffici portano persone ogni giorno, con una capacità di spesa. Reggio potrebbe avere anche un vantaggio rispetto a Milano: i costi immobiliari sono molto più bassi e, considerando gli stipendi, non tutti devono necessariamente voler vivere a Milano».
Cosa chiederebbe all’amministrazione?
«Credo che sia necessario essere più incisivi, fare delle scelte, prenderne le conseguenze. Che cosa vuoi fare del centro storico? Come lo immagini tra cinque anni? E che cosa stai facendo oggi per arrivarci? Si può anche decidere che alcune zone non siano più recuperabili dal punto di vista commerciale. In quel caso, però, bisogna dirlo e scegliere una destinazione: uffici? Garage? Altro? Non servono soltanto incontri pubblici e discussioni potenzialmente infinite. Dopo il confronto bisogna arrivare a un piano: questi sono i punti, queste sono le azioni, queste le facciamo. Se poi le scelte si rivelano sbagliate, se ne prende atto. Ma bisogna scegliere, c’è bisogno di una visione coraggiosa». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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