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Il caso

Ventasso, per il bosco abbattuto e mai ripristinato in sei accusati di disastro ambientale

Ambra Prati
Ventasso, per il bosco abbattuto e mai ripristinato in sei accusati di disastro ambientale

Chiuse le indagini per il caso del disboscamento di Monte Ledo

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Ventasso È stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini sulla vicenda del disboscamento di Monte Ledo. Il pm Piera Giannusa contesta l’ipotesi di reato di disastro ambientale colposo a sei indagati, per lo più tecnici e professionisti che seguirono le pratiche o l’esecuzione dei lavori. La vicenda risale al 2017-2018 quando, nel comune di Ventasso, è stata rasa al suolo una superficie di bosco pari a 35 campi da calcio. Sono state quattro le aree boschive finite sotto la lente, tutte situate nell’ampia porzione di terreno situata tra Succiso e Ramiseto: Storlo, Pratizzano, monte Segalari e monte Ledo.

Nel complesso si trattava di 25 ettari di abeti bianchi – piantumati nel secondo dopoguerra per creare occupazione in Appennino, nonostante gli abeti non siano proprio adatti all’habitat della nostra montagna – rasi al suolo soprattutto a Monte Ledo, dove il terreno è rimasto spoglio nonostante il piano del progetto prevedesse – come prescrive la normativa – il ripristino e il rinnovo della foresta con nuove piantumazioni. Il caso, che ha suscitato scalpore, è scoppiato nel 2022 quando, sulla base di una denuncia sull’abbandono di scarti e ramaglie (materiale potenzialmente pericoloso per il rischio incendio) seguito da perquisizioni mirate per acquisire documenti, si è conclusa l’indagine dei Carabinieri Forestali denominata “Pan”. Dopo sopralluoghi i militari hanno riscontrato diverse irregolarità sull’intervento a fini commerciali eseguito da una ditta austriaca tramite un intermediario friulano.

Un’azione regolarmente autorizzata dall’Unione dei Comuni Appennino reggiano, competente per la delega tramite l’Ufficio Forestazione. Secondo gli inquirenti, gli atti – all’apparenza corretti – presentavano delle false dichiarazioni con l’obiettivo di far apparire la ditta austriaca idonea a operare nella nostra regione; inoltre il prelievo di legname avrebbe ecceduto rispetto alla quantità autorizzata. Ma l’irregolarità principale riguarda l’assenza della polizza fideiussoria che ogni operatore è tenuto a versare a garanzia di eventuali danni: quelle presentate, due, sarebbero di fatto inesistenti. Questo significa che in caso di mancato rimboschimento non c’è copertura economica per pagare il danno. È esattamente quello che è successo poiché la ricostruzione del bosco, tramite reimpianto di latifoglie autoctone entro tre anni dalla fine delle operazioni di taglio, non è mai avvenuta. Come hanno riscontrato i Carabinieri Forestali, che hanno rilevato il deturpamento paesaggistico di un’area pubblica tutelata. Occorre sottolineare che la ditta austriaca, interpellata dagli inquirenti, ha negato ogni addebito, disconoscendo parte dei documenti come propri. Ora la Procura di Reggio Emilia ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini a sei persone: due rappresentanti della ditta austriaca, l’intermediario friulano e tre reggiani. Gli indagati attendono ora le decisioni della Procura e l’eventuale fissazione dell’udienza preliminare. Non c’è il rischio prescrizione, che per questo reato può arrivare fino a dodici anni.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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