Gazzetta di Reggio

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L’aggressione al distributore

«Mena Istafanous aveva aggredito anche noi all’Ostello: l’hanno lasciato libero di rifarlo»

Elisa Pederzoli

	Da sinistra Francesco Gelati e Massimiliano Lombardo dell'Ostello, accanto Mena Istafanous
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Da sinistra Francesco Gelati e Massimiliano Lombardo dell'Ostello, accanto Mena Istafanous

Reggio Emilia, Massimiliano Lombardo della Ghiara dopo il tentato omicidio racconta il precedente: «L’avevo denunciato, ma il caso è stato archiviato per tenuità del fatto invece andava controllato»

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Reggio Emilia «Che Mena fosse socialmente pericoloso era già chiaro dalla nostra denuncia, quando ha tentato di rapinarci e ci ha aggredito a colpi di bottiglia. Avrebbe dovuto essere contenuto con una misura che gli impedisse di nuocere ad altri. Una misura che non è stata adottata e domenica, purtroppo, è accaduto. La situazione è grave e dimostra che c’è un vuoto normativo. E nel vuoto succedono tragedie gravissime». Massimiliano Lombardo non nasconde amarezza e sconcerto il giorno dopo la brutale aggressione al distributore Ego.

 

Il presidente della cooperativa Ballarò, che gestisce l’ostello della Ghiara in centro storico, Mena Istafanous lo conosce bene. Nei mesi scorsi, il 26enne è stato ospite dell’ostello e solo per la prontezza dello stesso Lombardo l’epilogo non è stato tragico. «Avremmo potuto fare la fine del povero pizzaiolo» confida riferendosi all’omicidio avvenuto in città a inizio estate, di Raffaele Stipa, per mano di un cliente con problemi psichiatrici. Il primo incontro con il giovane risale al dicembre del 2025. «Ha pernottato qui qualche giorno, poi è subito venuta fuori la sua aggressività: c’è stata una rissa in via Guasco e veniamo richiamati dai locali vicini perché sapevano che era nostro cliente. Lo redarguisco, spiegandogli che se tiene certi comportamenti non può stare da noi. Per rappresaglia quella notte danneggia la stanza. Così, gli chiediamo di pagare i danni e lo mandiamo via». Non paga, ma intanto accetta di andarsene. «Lo rivediamo nel febbraio di quest’anno – racconta Lombardo –. Si dice pentito, mortificato, si scusa, paga quei danni, chiede ospitalità e noi gliela diamo. Per un periodo va tutto bene, non crea problemi, anzi entra in amicizia con lo staff». Fino a quando la situazione precipita in un episodio violento e brutale, ad aprile scorso.

«Mena viene da me lamentando di aver subito in stanza il furto di 100 euro e delle chiavi della casa dei genitori. Quando gli ho detto che era impossibile, dato che dormiva da solo, mi ha accusato di essere l’autore del furto. Ho respinto le accuse, ma insisteva, così gli ho detto di andare a denunciarmi e mi sono rimesso a lavorare in cortile». A quel punto si è recato alla reception. «Dentro c’era Francesco Gelati: ho sentito un forte vociare, poi bottiglie infrangersi. Così sono entrato – va avanti –. Voleva i soldi, è arrivato fino alla cassa poi una volta respinto ha preso dal frigo una bottiglia di vino e l’ha lanciata contro Francesco: solo per fortuna e perché era di un vetro resistente è finita contro il bancone e non si è rotta, sennò gli sarebbe arrivata in faccia. A quel punto ne ha prese altre e le ha gettate a terra. Una ha sfiorato una dipendente: a causa dello choc in seguito si è dimessa. Così l’ho bloccato da dietro». Ne nasce uno scontro fisico duro e difficile. «Era una furia, lui è alto 1.90, ha tanta forza. Dopo molti minuti sono riuscito a fermarlo. A quel punto, mi ha chiesto di liberarlo, che non respirava. Quando l’ho fatto è tornato a rivoltarsi e ne è nato un altro intenso corpo a corpo». «Agli agenti di polizia ha iniziato a dire che sono stato io ad aggredirlo – si sfoga –. Quando lo hanno controllato aveva in tasca le chiavi di casa che diceva gli avevo rubato e anche mille euro. Lo hanno portato via, ma al pomeriggio era di nuovo davanti alla nostra porta...».

Il presidente della cooperativa lo denuncia. Il procedimento penale è arrivato al suo epilogo pochi giorni fa e non è come Lombardo se lo immaginava: «Ero in attesa di riferire tutto questo all’autorità giudiziaria; per questi fatti mi immaginavo venisse portato a processo, che nel frattempo sarebbe stata adottata una qualche misura. C’erano tutti gli elementi per poterlo tenere sotto controllo. Invece, il 9 settembre ricevo notifica della richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero per tenuità del fatto». È un duro colpo. «Noi ce la siamo vista brutta – ammette –. Se non ci fossi stato io, che sono cresciuto in mezzo alla strada nella provincia di Agrigento, che di questi combattimenti a mani nude ne faccio da quando ero bambino, qualcun altro avrebbe fatto la fine del povero pizzaiolo... Non voglio apparire come uno che non teme nessuno, ma dire che l’ordinamento deve garantire sicurezza. Non deve passare che l’ordinamento non tutela, che i cittadini devono farlo da soli». «E aggiungo: la città da sola non ce la fa se lo Stato non risponde. In questa città non ci saltiamo fuori. E non è certamente con le Consulte o i gruppi di controllo che si possono affrontare questi problemi». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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